giovedì 17 maggio 2012

Shopping (modesto...) fantasy

Ieri son passata in libreria e, finalmente, ho comprato:


Sono lieta del fatto che, nel mio periodo di assenza, zio Martin abbia pubblicato qualcosa e spero vivamente che non si fermi fino alla fine della mastodontica saga, resa nota al grande pubblico dalla serie Tv "Game of Thrones" (su cui è inutile parlare, è un capolavoro).

Ho gustato solo poche pagine ma già posso dire che zio Martin è sempre zio Martin: meravigliosamente sboccato, violento, saggio e... geniale. 
Oddio, un pò di difficoltà la sto trovando a ricucire i pezzi visto che l'Ombra della Profezia, il volume precedente a questo, l'ho letto a dicembre 2007 .... 

Spero solo che, alla fine fine, nella sua consueta bulimia di personaggi, casati, assassini, stupri, intrighi e profezie, non mi si banalizzi troppo perchè stà Treccani che è la sua opera, mi sta costando troppa pazienza e dindi per sopportare di rimanerci delusa!
 
E poi verrà: 


martedì 1 maggio 2012

Hunger Games - Recensione film


Come anticipato ieri sera sono stata all’anteprima del film the Hunger Games, tratto dal libro omonimo di Suzanne Collins. Cosa ne penso del libro è già noto, come ormai nota è la storia della distopica terra di Panem che in tutto il mondo, sia attraverso le pagine del romanzo che le immagini del film, hanno riscosso successi e consensi.


Io che posso dirvi dopo la visione del film? Leggete il libro (e alla fine non solo l'unica a suggerirlo.... ). Ma lo dico non perché, come da retorica ormai classica, “i libri son meglio delle pellicole” perché, tra l’altro, non sono mai stata una fan di questo approccio anzi. Ma perché il film Hunger Games ce la mette davvero TUTTA per dare emozioni, per creare suspance, per trasmettere il senso di terrore e pesantezza che l’arena incute nei protagonisti ma… non ce la fa proprio. E non mi sento di condannare per questo né la regia né la sceneggiatura, cui peraltro ha preso parte anche la stessa Collins.
La “colpa”, se così possiamo chiamarla, è della particolarità assoluta dei libri. Come detto altrove, la Collins riesce a narrare le vicende dei distretti di Panem “attraverso” la psiche dei suoi personaggi, Katniss in primis, le azioni “sono” i pensieri, le emozioni, le considerazioni, e quell’insieme molto simile ad un flusso di coscienza sotterraneo, che è la cosa più avvincente dei libri.


La pellicola, vuoi o non vuoi, questo sguardo “intimista” nella testa e nel cuore di Katniss, non riesce a renderlo appieno. E non è neppure colpa degli attori che fanno quello che possono… sapete, non mi ero mai resa conto, leggendo il libro, che la nostra fantastica eroina parlasse a monosillabi o poco più! Perché nel libro il lettore è nella testa di Katniss quindi non nota nulla. Nella pellicola la cosa mi è saltata subito agli occhi.

Poi ci sono piccoli “aggiustamenti di trama” che a qualcuno potrebbero far storcere il naso, come  la famosa spilla della ghiandaia imitatrice che nel film è acquistata da Katniss al Forno e poi data a Prim che a sua volta, dopo la mietitura la rende alla sorella, oppure l’accorciamento della parte di Katniss e Peeta feriti… molto compressa e solo quasi accessoria. Vabbè, cose che nelle trasposizioni cinematografiche ci stanno, inevitabilmente.  

Al di là di questo, tre cose mi hanno favorevolmente colpita perchè sono “astuzie” cinematografiche che permettono di apprezzare al meglio l’ambientazione di Panem e degli Hunger Games stessi come una grande arena in cui tutto è pilotato dallo Stratega (Seneca Cane che, come da tradizione classica, alla fine del film  è costretto a …. Taccio sennò spoilero troppo!):

  1) mentre nel libro la figura di Snow è sullo sfondo della vicenda, nominato ma non “agito”  come sarà nel secondo e nel terzo, il film introduce il tiranno di Panem e lo fa in modo molto azzeccato, grazie anche alla  bella performance di Donald Sutherland (anche se non è che abbia fatto molto...)

  2) durante gli Hunger Games ci sono dei continui “avanti e indietro” con la stanza dei bottoni, dove Seneca Craine e i “tecnici” dello show gestiscono quello che accade nell’arena.  E’ un modo per movimentare la scena e non perdere mai di vista l’essere “grande fratello” dei giochi. Nel libro questo un po’ manca ma d’altra parte sono i personaggi a fornirci queste spiegazioni, come quando Katniss capisce che l’incendio dei boschi è “pilotato” dall’alto. Nel film la cosa si vede chiaramente! Sulla stessa scia e con lo stesso fine, l’intervistatore Caesar Flickerman compare periodicamente in scena, oltre che alla presentazione di tributi, anche in momenti in cui è necessario dare allo spettatore qualche informazione in più su elementi o fasi del gioco che nel libro ci forniscono i personaggi. Uno strumento per chiarire senza didascalismi, le parti di ambientazione.

  3) Il film, dopo la morte di Rue, anticipa con una serie di immagini strazianti e fortissime, la ribellione del distretto 11. Secondo me il passaggio più bello in assoluto del film.

Detto questo ma a chi non ha letto il libro il film Hunger Games può piacere?? Io l’ho chiesto al fidanzato che mi ha accompagnato e che è digiuno del romanzo. E quello che mi ha risposto secondo me è più che azzeccato. 

Il film riesce a trasmettere benissimo il senso di smarrimento, angoscia e paura pura di Katniss e dei suoi affetti davanti alla crudeltà atroce dei giochi(bellissima la scena in cui lei abbraccia Cinna prima di salire nell’arena e la paura la fa tremare come una foglia…), fantastico il modo in cui viene reso  il senso di “essere braccati” nell’arena non solo dai giocatori ma anche dallo Stratega e soci, tutto funziona. Peccato per il ritmo. Ci sono pezzi dove davvero la bella faccia di Katniss e quella meno bella di Peeta, non riescono a reggere la scena, ci sono momenti di “stanchezza”  nella narrazione tali che il film non fa venir voglia di andare di nuovo al cinema...

Quindi, per chi si aspetta i scene plateali ed effetti speciali alla “Avengers”, Hunger Games non è precisamente consigliabile; mentre se avete “fame” di emozioni, di tensione e di riflessione sociale, bhè, accomodatevi pure. Ma leggete comunque il libro!!! :)

venerdì 27 aprile 2012

Hunger Games - La ragazza di fuoco - Recensione


La ragazza di fuoco è forse il libro della trilogia che mi è piaciuto di più. Normalmente i libri di “mezzo” delle trilogie non sono mai coerenti come i primi o esplosivi (si spera!!!) come i terzi. Ma in questo caso mi son dovuta ricredere: il ritmo della narrazione è così perfettamente calibrato tra momenti di quiete (apparente), momenti di hipe (adrenalina pura) e quelli di shock completo (da far cadere le mascelle a terra), che è impossibile smettere di leggere. 
Comprato su Amazon la mattina, finito di leggere la sera dello stesso giorno (tanto per darvi anche la misura del tempo INUMANO che passo sui mezzi pubblici della beneamata capitale per fare si e no 7 km casa-lavoro).

La trama, cercando di non spoilerare troppo: che Peeta e Katniss siano in qualche modo entrambe sopravvissuti agli Hunger Games, questo si è capito. La geniale e pericolosa trovata di Katniss sul finale dei giochi viene però interpretata come un atto di sfida all’autorità di Capitol City quindi il rientro al distretto 13 dei nostri eroi non è precisamente un ritorno all’eden, sia livello personale che "sociale". 

Qualcosa si è mosso nei distretti di Panem e qualcosa di pericolosamente simile alla rivolta inizia a impensierire anche Snow, l’infido tiranno di Capitol che tutto sa e tutto conosce. Le cose tra Katniss  e Peeta non vano affatto bene: la nostra eroina, fuori dagli hunger games, è assalita dai dubbi e da 1000 domande sul genere di sentimenti che la legano a Peeta (poraccio) e a Gale (io lo odio, voi?), dubbi che rischiano di attirare gli occhi del regime… se è vero che i due tributi sono riusciti a salvarsi grazie alla loro “love story” a favor di telecamera durante i giochi, come può Katniss pensare di svelare la dura realtà del suo opportunismo (ma siamo sicuri???) a fin di bene, senza mettere nuovamente a repentaglio la vita della sua famiglia e dell’intero distretto?

Non solo: è alle porte l’Edizione della Memoria degli Hunger Games, che si svolgono ogni 25 anni. Una sorta di edizione celebrativa del reality show che, guarda caso, per la prima volta in assoluto, visto che i vincitori normalmente vengono esentati a vita dalla mietitura, porterà nell’arena tutti i vincitori delle passate edizioni dei giochi. Un uomo e una donna per distretto: il che, per il dodicesimo, vuol dire sicuramente Katniss e uno a scelta tra Peeta e il mentore Haymitch… Crudele quel che basta per capire che le modalità di svolgimento di questi giochi è stata eleborata apposta per portare di nuovo i piccioncini nell’arena l’uno contro l’altro. E per togliere di mezzo quanti più vincitori anziani possibili. Come si comporterà Katniss di nuovo catapultata nell'arena? E Peeta come si porrà nei confronti di Katniss quando la resa dei conti sarà inevitabile?

Su tutto questo ribollire di sentimenti e di avvenimenti, metteteci pure la rivolta incipiente, l’inasprimento delle pene corporali per gli abitanti del 12 distretto, lo spettro di un fantomatico distretto 13 non davvero distrutto ma celato da Capitol e poi ancora l’emozionante simbolismo di rivolta infilato in ogni dettaglio dell’ambientazione (il pane con l’impronta della ghiandaia imitatrice, il costume da arena di Cinna per Katniss, etc….).  E il finale, che dire del finale? Assolutamente perfetto. Coerente, emozionante e mozzafiato, come piace alla Collins e pure a noi!

Oh. Tutto questo accade in un solo libro. Roba che altri autori, mi viene in mente il buon Martin, ne avrebbe scritti 4… Eppure, a dispetto della densità della storia e della sua ricchezza, la lettura scorre accattivante, parola dopo parola.

Come nel primo libro non possiamo fare altro che “scivolare” nelle inquietudini dei protagonisti, nelle loro paure ed emozioni, e come in Hunger Games è impossibile restare impassibili davanti alla raffinata crudeltà di Capitol City-Snow, e alla disperata ricerca della sopravvivenza di chi è chiamato a giocare i giochi più ignobili che esistano. Quello che mi colpisce, come ho già detto nell’altra recensione, è la capacità della Collins di unire azione e colpi di scena alla profonda indagine interiore dei personaggi, indagine che non risulta mai inopportuna o “appiccicata” agli eventi. La psiche dei protagonisti, i loro pensieri, sono dentro l’azione, sono l'azione, sicchè è impossibile, come lettore, vivere l’avventura senza “sentire” i personaggi. Francamente non ricordo altri libri in cui il meccanismo fosse così ben integrato; molti autori ci riescono egregiamente (penso alla Carey, penso a Stroud), ma in modo così evidente non mi era mai capitato di leggere. Certo Peeta è sempre un po' macchietta, innamorato perso, sempre pronto a dare la vita per Katniss, ma ci accorgeremo di quanto il buon Peeta sia una colonna della vicenda nel terzo e ultimo libro, quando... non svelo ma dico che per me anche questa descrizione un po' stereotipata di Peeta è stata pensata in funzione del finale di saga. Sbaglierò però...

E sempre parlando di finali, per quanto riguarda quello della Ragazza di Fuoco che dire, è la solita trovata geniale e spiazzante, che non placa la sete del lettore ma alimenta la “fame”  di leggere il terzo libro!!!!! Sarà mica un caso che si chiamano “hunger” games, no? 

Una nota stonata però c’è: ma dove sono finite le telecamere nell’arena dell’Edizione della Memoria??? Vengono nominate ancora meno del primo libro!!!

Ps: lunedì 30 vado a vedere la prima al cinema di Hunger Games!

martedì 24 aprile 2012

The Hunger Games - Rece libro



L'ho letto in inglese perchè su Amazon per sbaglio ho comprato l'ebook in versione originale e poi, per verificare che avessi capito bene, l'ho ripreso in italiano. E sapete una cosa? Avevo capito tutto anche in inglese, Hunger Games è un capolavoro in qualunque idioma lo leggiate. 

La storia ormai è nota, e dal 1 maggio la conosceranno davvero tutti perché nelle sale cinematografiche uscirà il film omonimo, quindi faccio solo un collage dalla rete.
In un distopico mondo post moderno chiamato Panem (più o meno corrispondente all'attuale nord america), un potente governo totalitario con sede in una città centrale chiamata Capitol City, mantiene saldamente il controllo sui 12 Distretti in cui è organizzato il territorio. Ogni Distretto si distingue per differenti condizioni di vita e di professioni, ma sono tutte più o meno schiave, e letteralmente affamate, da Capitol City. Ci sarebbe anche un fantomatico Distretto 13 ma anni prima questo fu raso al suolo per aver fomentato una precedente rivolta. Ogni distretto è completamente isolato dagli altri e la sola e unica connessione che esiste tra le genti di Panem è la televisione, onnipresente, pervasiva e, soprattutto, l'occhio che tutto guarda e tutto segue.

Gli Hunger Games sono un evento televisivo, manco a dirlo, un reality show annuale, nel corso del quale il governo di Capitol City sorteggia un ragazzo e una ragazza da ognuno dei distretti per combatttere sino alla morte in un'arena appositamente costruita: foreste, boschi, deserti... ogni anno l'ambientazione e i letali pericoli in essa contenuti, cambiano. Quel che è peggio, gli Hunger Games devono essere vissuti da tutti come una festa, una sorta di dono del regime, pena la morte. Che si tratti dell'estremo atto di forza di Capitol City e del suo tiranno Snow per dimostrare ai sudditi il potere di vita e di morte del regime persino sui figli di Panem, non è assolutamente ammesso.

Fin qui l'ambientazione. E la storia? tutto inizia all'interno del distretto 12 quando la giovane Katniss Everdeen, orfana di padre morto nella miniera di carbone ospitata del suo distretto, si offre volontaria per entrare negli Hunger Games salvando la sorellina Prim. Con lei il giovane Peeta, figlio del panettiere del distretto; tutti e due proiettati nell'arena della Capitol insieme ad altre 11 coppie di ragazzi con una sola certezza, la morte, e un solo obiettivo: sopravvivere. A favor di camera, possibilmente. Chi sopravviverà? E soprattutto, in un mondo dominato dalla tv, dagli umori degli spettatori, in cui conquistare il favore degli sponsor può essere l'unica discriminante tra la vita e la morte, cosa è davvero lecito e cosa non lo è, nell'arena? Hanno più senso parole come fiducia, amicizia, amore e onestà? Conta di più la capacità di adattamento e saper sfruttare ogni singola opportunità offerta, oppure no? E soprattutto, cosa è vero e cosa è davvero falso quando in gioco c'è la propria vita o quella delle persone che amiamo?

A mio parere il libro ha un pregio impagabile, tutto torna. L'ambientazione è coerente con la caratterizzazione dei personaggi, che a loro volta incarnano alla perfezione i dubbi e le agitazioni di un mondo affamato e afflitto dalla mancanza. La bellezza del romanzo sta nella sua "quadratura" e nella quantità di dettagli che tratteggiano il mondo e il vissuto stesso delle persone.Intendiamoci, è sempre un lavoro di cesello ben studiato perchè, i
n fondo, di sto benedetto Panem sappiamo poco e poco sappiamo di Capitol City e di chi la abita. Eppure sappiamo tutto quello che serve: che una volta l'anno 13 Distretti si fermano, inermi, a guardare 24 ragazzi e ragazze che si ammazzano tra di loro in un reality show imposto dal regime. Serve altro per descrivere di che società parliamo?

Altro goal: l'introspezione dei personaggi, soprattutto quello di Katniss che ci "inonda" di emozioni e pensieri, grazie anche alla scelta stilistica di farle narrare la storia in prima persona e al tempo presente; ciò che rende tutto quello che accade tremendamente vivo, vero, un crudo qui e ora che cattura il lettore e non lo molla per tutta la durata del libro. Non proprio altrettanto riuscito è il personaggio di Peeta, forse un pò troppo stereotipato, sebbene di uno stereotipo che, non chiedetemi come, riesce a rendere ciò che accade alla coppia ancor più emozionante. Ma Peeta si rifarà nei prossimi libri, sempre a modo Collins...

E l'effetto Collins lo troviamo anche nel modo in cui il libro affronta il tema amoroso. Già perchè presentato come il nuovo Twilight (aiuto), per quanto detto sino ad ora in Hunger Games manca qualcosa (o meglio, c'è già tutto altro che...). Ricordate la questione della coerenza? Ecco, anche l'amore diventa uno strumento per rendere ancora di più la tragità della vita dei giovani tributi gettatti nell'arena e, più in generale, degli abitanti di Panem. D'altra parte l'amore, donato, riufiutato o timidamente accettato, è anche ciò che salva i due ma in modo completamente inatteso. Disincantato, crudele, duro. Perciò Hunger Games NON è Twilight, chiaro?

Due parole anche sulla critica sociale. Come ogni ambientazione distopica che si rispetti, il regime totatilitario che tiene sotto schiaffo la popolazione usando i mezzi di comunicazine di massa, come la tv, come strumento di controllo sociale, è tema noto. Solo che con Hunger Games il tutto diventa odioso, fastidioso, quasi fisicamente doloroso... alzi la mano chi non ha pensato almeno una volta di voler spaccare la telecamera nell'arena, l'oggetto simbolo del controllo, deputato a filmare la vita, ma soprattutto la morte, come elemento di ludibrio collettivo. In questo senso l'autrice, da brava sceneggiatrice, conosce perfettamente quali sono meccanismi e le leve emotive da toccare per far riflettere il lettore sulla questione, soprattutto un lettore di oggi, sensibile e soprattutto esposto al potere del medium tv.


Insomma, un bellissimo libro, denso e profondo per tematiche, avvincente per ritmo e per colpi di scena e soprattutto un libro con una grande attenzione all'introspezione dei protagonisti. In effetti questo è la cosa che mi preoccupa di più del passaggio dalla carta alla pellicola: ce la farà il film a rendere la complessità delle emozioni e la sfumatura dell'agitazione interiore di Katniss e Peeta? Ve lo saprò dire il 1 maggio o giù di lì!


lunedì 23 aprile 2012

A volte ritornano...

Perchè tornare a parlare di libri dopo 3 anni di stop? Perchè se ci si imbatte in una storia che vale davvero la pena di essere raccontata, non c'è stop- pausa di riflessione-alt o varicella che tenga: va raccontata. E' come il mal di denti: non lo puoi ignorare all'infinito, prima o poi tocca toglierlo, il dente.

Solo che in effetti questa storia è stata già abbondantemente discussa, recensita e tagliuzzata da migliaia di lettori nel mondo, visto che la pubblicazione del primo volume in inglese è avvenuta nel lontano 2008 e tradotto poco dopo in italiano, proprio negli anni del mio black out recensorio. Sicchè cosa potrei mai aggiungere io che non sia stato già detto in tutte le salse?

Solo un: grazie. Grazie alla saga degli Hunger Games sono di nuovo qui a scrivere. Azzardo che se non mi fossi mai imbattuta in una storia del genere, probabilmente non avrei mai ripreso a leggere e commentare. Non so se basti a dare la cifra di quanto ben fatta sia questa trilogia (anche se con notevoli differenze da volume a volume) ma forse qualcuno che mi conosce bene e sa quanto io sia difficile di gusti fantasy/fantascientifici, potrebbe quantomeno sollevare un interrogativo sopracciglio.

Essì, la trilogia composta dai volumi: The Hunger Games, La ragazza di Fuoco e Mockingjay  (io l'ho letto in inglese, in italiano "Il canto della rivolta" uscirà a maggio 2012) è davvero una delle trilogie più belle che abbia mai letto. Azione, avventura, violenza, sentimento, critica sociale, approfondimento psicologico e grande ambientazione. C'è tutto questo nel mix creato dall'americana Suzanne Collins, costantemente condito da una nota, forse anche più di una, di amarezza, rabbia e solitudine. A voler fare i pignoli si tratta di libri targettizzati "Young adult", sarebbe a dire più o meno gli stessi destinatari di Twilight. Ho detto più o meno, tranquilli. Perchè per come la vedo io è una trilogia che strizza l'occhio romantico agli "young" ma le viscere le stringe sia agli young che agli adult.

Wow, roba allegra, direte voi ^_^

Bhè, va così. Di questi tempi mi piacciono ste cose un pò angoscianti... sarà mica perchè a giugno mi sposo??? Ahahaha, tutto può essere.... ^_^

A stretto giro la rece del primo libro Hunger Games di cui uscirà il film al cinema il 1 maggio 2012! Qui il Trailer!

giovedì 2 luglio 2009

Sanctuary- Considerazioni sparse


Sanctuary
, la raccolta italiana di racconti fantasici a cura di Luca Azzolini, è almeno tre cose insieme:

Beneficienza: i ricavati delle vendite verranno devoluti in beneficienza alla fondazione ABIO: associazione che da 30 anni si dedica all’accoglienza dei bambini e degli adolescenti in ospedale, e al sostegno dei loro genitori.

Collaborazione e partecipazione: non solo 12 noti autori italiani hanno accettato, pur nella loro diversità stilistica e produttiva, di cimentarsi insieme su un'ambientazione condivisa, ma un concorso aperto a tutti gli aspiranti scrittori ha permesso a un lettore di diventare il 13esimo autore della raccolta. Se non è una novità questa, in italia...

Urban fantasy: fortunatamente non è una novità assoluta come sottogenere tra gli autori italiani ma Sanctuary è, nel complesso, un'ambientazione diversa e originale nel panorama dei temi nostrani.

Basta tutto questo a fare di Sanctuary un capolavoro? Bhè, onestamente no. L'intento è lodevole, l'iniziativa pure, ma molti racconti non sono all'altezza e manca, a mio parere, il senso "complessivo" di raccolta. L'attacco e la chiusura affidati al curatore Azzolini, non bastano a creare organicità: i racconti rimangono a se stanti e non contribuiscono a restituire un'idea di fondo dell'antologia. O almeno, io non l'ho trovata evidente.
Inoltre la Sanctuary che appare, pur in 13 racconti diversi, è praticamente sempre la stessa. Capisco che nell'immaginario collettivo urban fantasy= città inquinata, degradata, pericolosa, decadente e promiscua, ma possibile che a tutti gli autori e a tutti gli aspiranti autori sia venuto in mentee di mostrare sta benedetta città solo in questi aspetti?? Ok, la metropoli ha spesso accezioni negative, carica di una umanità caotica che si muove verso il baratro dell'involuzione e della violenza, ma solo questo? Magari è una scelta editoriale precisa, ok, ma personalmente mi è pesato un pò non cambiare praticamente mai contesto da un racconto a un altro.

Passiamo ai racconti. Ce ne sono due o tre che mi sono piaciuti molto altri meno. La maggior parte delle mie impressioni si basa sul "clima" che i racconti sono riusciti a creare, al coinvolgimento anche emotivo che hanno suscitato.

La Casa dei millepiedi di Pierdomenico Baccalario: *** Il mio preferito in assoluto, per il linguaggio, per il ritmo, e per il finale. La sua visione di Sanctuary e del controllo sulle persone è di certo l'idea migliore del racconto come pure l'atmosfera che è riuscito a creare.

La fabbrica delle Leghe perfette di Troy Cassini: ** Bello ma un pò scontato sul finale :(

Le colpe dei Padri di Franco Clun: * Pesante e prolisso. Non mi è piaciuta la storia nè il modo con cui l'ha conclusa. Non sono riuscita a "entrare" nel racconto, nella sua anima.

Le storie che nascono in questa città di Francesco Dimitri: ** Un racconto coerente e ben ritmato sebbene molto molto molto legato all'approccio dimitriano al mondo. Un pò di varietà tematica non sarebbe guastata!

Anobium di Francesco Falconi : ** Molto intrigante il personaggio femminile protagonista di un racconto molto diverso dalla solita produzione di Falconi, di certo uno di quelli che resta più in mente a libro chiuso. L'unica pecca del racconto è il suo essere un pò "sbilanciato" sull'inizio, con un finale un pò rapido rispetto all'aspettativa creata.

Mirror Blues di Fabrizio Furchì : * L'esordiente di Sanctuary mi sembra un pò spiazzato. Il linguaggio non sempre è all'altezza, o meglio è all'altezza per catturare l'attenzione con figure ad effetto ma non di trattenerla, la storia poco convincengte. Furchì sa caratterizzare bene i personaggi ma non riesce a tessere una trama che riesca a vivere senza il ricorso a immagini o frasi ad effetto. Il ritmo si salva un pò ma personalmente il racconto mi ha deluso.

Il ditirambo di samarat di Michele Giannone : * Racconto partito bene ma poi, onestamente, sul finire ha perso parte della sua originalità. Un compito in classe svolto bene ma che non ha moltissima anima.

Angeli e uomini di Cecilia Randall : *** Dopo quello di Baccalario questo è il racconto che mi è piaciuto di più. Chiaro nell'andamento, ben ritmato e capace di reggere, sul finale, le aspettative create. Bella l'atmosfera e accattivante il personaggio pricapale, la misteriosa e spietata Lily.

Foresta Perduta di Eagle Rizzo: * scontato e un pò monotono nel linguaggio e nel ritmo anche se è l'unico racconto davvero a lieto fine tra tutti e con un accenno di romanticismo.

Redenzione di Antonia Romagnoli : * Vale quanto detto per Clun: un pò troppo freddo e prolisso come racconto. NOn mi ha preso :(

Saint Vicious di Luca Tarenzi: *** Pure questo mi è discretamente piaciuto. Oddio, il tema affrontato non è che sia dei più originali, ma quantomeno il racconto non è autoreferenziale e ha un messaggio di fondo che in altri non s'è proprio visto. Mi ha divertito e mi ha mostrato qualcosa di diverso rispetto agli altri racconti.

L'inizio di ogni fine e la fine di ogni inizio di Luca Azzolini : ** Avevano l'ingrato compito di aprire e chiudere l'antologia quindi è difficile esprimere un giudizio. Il racconto di apertura non è male per nulla, ma quello di chiusura è un pò troppo vago. Non sono neppure certa che sia riuscito efficacemente a chiudere il libro...


Ah, dimenticavo. L'introduzione di Altieri, l'autore della Trilogia di Magdeburg. Domanda: ma voi l'avete capita??? Ora, di certo sono ignorante io, ma a un certo punto il delirio citazionale e autoreferenziale del buon Altieri mi ha dato alla testa e non ho capito che ci azzeccasse Sanctuary in questo sfoggio di sè.


mercoledì 1 luglio 2009

Toc toc...


Più di un mese che non aggiorno il blog, riuscirò a riprendere il ritmo? Non lo so. Certo sarebbe utile riprendere a leggere con maggiore assiduità visto che in tutto questo tempo ho letto SOLO due libri!!! Pazzesco!! Si tratta di Estasia 3 di Francesco Falconi e di Sanctuary di Azzolini e soci.
Due letture molto piacevoli, sebbene profondamente diverse.

Ora sono alle prese con La Valle degli Eroi di Jonathan Stroud e ho comprato anche Coraline di Gaiman. Ci credete che non sono morta fulminata nel toccare la copertina di quest'ultimo?? Ora non resta che leggerlo e poi, perchè no, passare al film.

Non avrò letto molto ma, in compenso, mi son gustata le tre serie di Battlestar Galactica, telefilm di fantascienza remake e aggiornamento della serie Galactica del 1978. Che dire: ringrazio Tanabrus, e altri, che me l'hanno fatto scoprire! E' una serie sorprendente, per trama, per ritmo, per temi e per regia. Se riesco ne parlerò più diffusamente ma prima vorrei gustarmi la quarta e ultima serie (già solo QUATTRO serie, non è fantastico??) in arrivo su questo pc anche se con i sottotitoli.... :)

Oh, per ora è tutto ma io ci sono, ah se ci sono!


mercoledì 20 maggio 2009

Ragazze Lupo- Recensione?


Era un pò di tempo che volevo leggere questo libro, da quando lo avevo visto comparire sugli scaffali delle librerie e dopo averne letto qualche commento in rete.
Solo che forse, nella fretta, nn devo aver letto attentamente le recensioni in questione, perchè non avevo miimamente intuito che Ragazze Lupo di Martin Millar fosse un libro ironico, un pò da presa in giro dei clichè del fantastico in chiave licantropa.
E non avendo compreso questo dettaglio, potete ben immaginare come io abbia vissuto le avventure di una manica di licantropi modaioli, dipendenti dal laudano, depressi, rockettari e poi orde di fate fissate con i tacchi a spillo o con gli anfibi e amenità di questo tipo... male, l'ho vissuta molto male!

Dalla quarta di copertina: Kalix ha diciassette anni ed è una ragazza ribelle, una ragazza lupo. Ricchissima e nobile, ultima discendente della più antica dinastia di licantropi scozzesi, i MacRinnalch, ha trasgredito le regole della famiglia innamorandosi di Gawain, giovane lupo mannaro di umili origini, e adesso si nasconde, inseguita dai sicari, tra le strade di Londra. Vestita di stracci e magrissima ai limiti dell'anoressia, per tenersi su sorseggia del laudano da cui ormai è dipendente. Certa di aver tagliato per sempre i ponti con la sua famiglia, Kalix si troverà suo malgrado coinvolta nella lotta per la successione alla reggia dei MacRinnalch, circondata da una serie di personaggi stravaganti: sua sorella, una stilista di tendenza dotata di poteri magici, le cugine, dissolute musiciste della scena punk londinese, e due giovani umani, studenti universitari, che si prenderanno cura di lei, ammaliati fin dal primo istante da questa creatura straordinaria. Ambiziosi, romantici e ribelli, i giovani licantropi di Martin Millar si muovono con scaltrezza in una società contemporanea, ricca di conflitti, e proprio come i ragazzi di oggi dimostrano di aver capito il valore assoluto dell'amicizia e della solidarietà oltre ogni altra cosa.

Ora, a parte il mio piccolo problema iniziale, quello che non mi è piaciuto del libro è che, pur ammettendo che si tratti di un libro che ispiri all'ironia, evidentemente Millar usa una tecnica a me sconosciuta perchè, personalmente, non l'ho capita. O forse è mancanza di senso dell'umorismo, potrebbe essere...
Sta di fatto che il libro, che si prende molto sul serio per essere un testo giocoso, non ingrana mai davvero. Si è sempre nell'attesa che qualcosa di sensato accada, e fidatevi che ci ho sperato con tutta me stessa. Fino all'ultima pagina che ha definitivamente messo una pietra sopra le mie speranze.
Il libro mi è risultato irritante, non in grado di suscitare ilarità, figuriamoci una qualche emozione. I personaggi "macchietta", dalla fata potentissima fissata col guardaroba, all'erede licantropo dalle tendenze drag queen, la licantropa darkettona depressa con manie suicide (si tagliuzzava quando le finiva il laudano) onestamente non fanno ridere, fanno un pò pena.
Anche perchè Millar non ha una grande varietà di soluzioni per definire lo spessore di questa manica di matti, anzi, ripete ossessivamente sempre le stesse frasi quando parla di loro, e la psicologia non sa neppure cosa sia.
E che dire della trama?? Effettivamente, qual è il nocciolo della trama? Per buona parte del libro si ha l'impressione che tutto dipenda da Kalix, la depressa, ma poi in realtà il nodo della storia è più complesso e il fatto che per 100 pagine Millar ci ha torturati con la "specialità" di Kalix in tutta la vicenda, non aiuta ad accettare meglio il cambio di prospettiva. Perchè poi, che ruolo eccezionale gioca lei???
Millar rimane sempre in bilico tra estrema "presa sul serio" della storia ed estrema leggerezza con una inevitabile mancanza di identità precisa: che libro è Ragazze Lupo? Un testo che ironizza sul genere come Pratchett?? Magari! Pratchett è coerente e tiene lo stesso registro per tutti il libro mentre Millar no. A tratti crede, e vuol fare credere, di essere alle prese con un testo d'azione a tratti un pò drammatico, altre volte si sposta su una leggerezza davvero inconciliabile col resto.
Registri diversi, quindi, che non permettono di inquadrare l'identità di questo libro. E, personalmente, se non capisco con cosa ho a che fare, non riesco ad apprezzarlo.
Altra nota ingannevole, secondo me: la copertina. Bellissima, evoca mistero, atmosfere gotiche e segreti da svelare. Ma non era meglio una copertina un pò meno "che se la tira", visto che dentro non c'è l'ombra di quegli elementi lì???

Vabbè, credo di aver detto tutto :P
Ah no, ancora una cosa, sto leggendo in questi giorni Estasia 3...

lunedì 18 maggio 2009

Il Silenzio di Lenth- recensione


Sono mesi un pò turbolenti in cui ho scoperto una cosa terribile: non sono più multitasking!!! Non so nè come nè dove io abbia smarrito la capacità tutta femminile di fare 200 cose insieme, ora mi trovo a non riuscire nemmeno a concialiare le ore di lavoro con il tempo per un buon libro!! Tempo un anno e sarò come i maschietti: una cosa per volta, plis, sennò mi perdo i pezzi...
Vabbè, battute sceme a parte, ho fatto un sacco di cose fantasy in questo periodo e spero davvero di riuscire a recuperare il tempo perduto, prima o poi. Io mi impegnerò, promesso!
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Una delle cose che sono riuscita a fare, complice le ore passate sui mezzi pubblici e complice la gradevole lettura, è iniziare e finire l'opera prima di Luca Centi Pizzutilli che i frequentatori di questo blog conoscono come LucaCp. Considero Luca un amico e questo rende il mio punto di vista sicuramente di parte ma l'obiettività, caro Luca, Mirtilla non la perde nemmeno in questa occasione, quindi... siediti e stai tranquillo!!

La storia come da quarta di copertina:
Sono passate ore da quando Hertha del clan Fyerno e Kaas, il Sommo Sacerdote di Lenth, hanno intrapreso quel sentiero scosceso. La fatica li ha quasi sopraffatti; non possono permettersi di restare in quel luogo, quello è l'Esterno, abitato da creature malefiche contro cui i loro incantesimi non possono nulla. Sulla via del ritorno, però, hanno sentito in lontananza il pianto di un neonato e sono accorsi a salvarlo. Per Hertha, che fin da giovane non ha dimostrato di possedere le doti per diventare mago, il segno sulla fronte del piccolo non è che una macchia scura, ma Kaas lo ha subito riconosciuto: quello è un frigie, un simbolo magico, e il neonato è l'Eletto, l'incarnazione di Kexan, il dio che lui e la sua gente hanno temuto e odiato, e che pensavano sconfitto per sempre. Dopo aver fatto ritorno al villaggio, il Sommo Sacerdote mostra il fanciullo ai dieci del Consiglio Dominante e tutti si mostrano sconcertati e impauriti. Il bambino-dio deve essere eliminato. Ma grazie a uno stratagemma Kaas riesce a mantenere in vita il piccolo, a cui ha dato il nome Windaw. Una visione notturna, infatti, gli ha mostrato l'imminente invasione delle loro terre per mano dei terribili stregoni di Tarass, che solo la forza divina dell'Eletto può fermare. Sarà lui a custodire la Pietra Alchemica che i malvagi stanno cercando e a riportare la pace e il silenzio nella verde Terra di Lenth.

In verità questa quarta di copertina non è proprio esaustiva, perchè la storia non parte da Lenth e fidatevi che non è un dettaglio di poco conto e perchè, per come appare da qui, si tratta della solita storiella col fanciullo dal nobile destino scritto nelle profezie che, in un momento della sua vita coincidente col passaggio dalla fanciullezza all'età adulta, si imbarca nell'impresa della sua vita con l'amata al fianco.
Bhè, è vero che una profezia c'è, è vero che un destino molto particolare per il protagonista Windaw c'è, ed è pure vero che l'età adulta arriverà con forza traumatica nella vita di Windaw. Ma il libro offre degli spunti molto interessanti pur partendo da un sostrato fantasy già noto.

Cosa mi è piaciuto del libro? Il Silenzio di Lenth mi ha dato subito l'impressione di un romanzo con un chiaro
obiettivo in testa: l'autore sa precisamente dove andare a parare e fa in modo di condurci precisamente dove vuole lui. Ciò influisce anche col ritmo complessivo del libro che, tolta una prima parte un pò convulsa di cui dirò poi, scorre bene in un'alternanza di punti di vista e di situazioni che contribuisce a coinvolgere il lettore.
Il pregio del Silenzio è il porre molta cura alla trama, ovviamente, ma anche al tratteggio dell'ambientazione, della cultura di Lenth, con quel sistema di valori e di "credenze" che influiscono pesantemente sull'agire delle persone e che determinano conseguenze importanti nella gestione complessiva di un intreccio. Centi attinge a piene mani alle caratteristiche di genere (ma perchè li chiami maghi se sono più sacerdoti che maghi??), ma riesce a mescolare il tutto creando una trama originale con un intreccio capace di rovesciare, nel finale, tutto quello che si dava per assodato, e capace, soprattutto, di tenere alta l'attenzione del lettore.

Mi è piaciuto molto, inoltre, il modo di intendere la divinità. Di dei nei libri fantasy e fantastici ce n'è sempre una varietà estremamente variegata, da quelli che non interferiscono ma sono presenti nella cultura del popolo, quelli che forse ci sono forse no, quelli che usano la razza umana come terreno di scontro... e a Lenth ci sono anche quelli che fanno ben di peggio, e non dico altro sennò spoilero! E poi lo stile, bello asciutto e non troppo arzigogolato, precisamente come piace a me!
Oh, ma allora è perfetto questo libro?

Bhè no, a mio parere su qualcosa il Silenzio di Lenth un pò scivola.

La parte iniziale, ad esempio, diciamo le prime 50-60 pagine, sono molto convulse poichè giocate in rapidissima successione, sull'alternarsi del sonno veglia, realtà-sogno, di ben 4 personaggi. Devo ammettere che in certi passaggi per capire se si trattasse di sogni o eventi reali, ho dovuto rileggere. Forse, come apertura di un libro, per non far confondere il lettore o peggio, per non farlo scoraggiare, avrei optato per uno svolgimento narrativo meno sincopato. Ma si tratta di un gusto mio, eh.
Altro nodo, la caratterizzazione, anche psicologica, dei personaggi. Ho avuto spesso l'impressione che l'autore usasse i personaggi per mandare avanti la storia, preponendo lo svolgimento della vicenda ai suoi attori. Con molta dell'attenzione messa sulla trama e sulla sua coerenza, i personaggi sono "scivolati" in secondo piano, tanto che emotivamente parlando essi non mi hanno coinvolto moltissimo, certo non al pari dal coinvolgimento che è stato capace di creare l'autore a livello di storia. Persino le morti, non poche, che costellano il libro, mi sono apparse "mali necessari" da archiviare per andare avanti e al di là di un pò di sconcerto per la prematura dipartita, non è che ci sia stato altro.

Insomma, lo consiglio o no questo libro? Ovviamente si! C'è un pò di fantasy classica, c'è l'avventura, c'è il mistero, c'è l'essere umano alle prese con il disvelamento del sè e del proprio ruolo nel destino del mondo, e, soprattutto, c'è una vera ambientazione che non è sempre così scontata come cosa. E' un libro di esordio e, come tale, qualche ingenuità ce l'ha (vedi sopra) ma, nel complesso, è una lettura che avvince , che tiene alto l'interesse del lettore, e che dimostra come elementi ricorrenti di genere non portino inevitabilmente verso storie che si somigliano tutte.
A mio modesto parere, Il silenzio di Lenth si colloca molto meglio di decine di altri titoli d'esordio nel panorama del giovane fantasy nostrano. Ora non vi resta che provare così mi dite cosa ne pensate!

martedì 7 aprile 2009

Quando la terra d'Abruzzo trema


Alle 19.45 di oggi, anche i nervi di Mirtilla hanno ceduto sotto l'ennesimo colpo di terremoto. Qui a Roma continuiamo a sentire echi di ciò che accade a L'Aquila e dintorni però per me che sono abruzzese la cosa si fa un pò più complicata. Ok casa mia è a posto, i miei sono al sicuro in una zona non colpita, almeno per ora, eppure... è che noi abruzzesi non ci siamo abituati a vedere il nome della nostra regione su ogni tiggì. Non siamo abituati a sentirci chiamare, indicare o soccorrere.

Da noi non succede mai nulla di eclatante (a parte i consigli regionali che si dimettono per corruzione ma, tant'è, è pur sempre Italia...), non abbiamo una mafia con nome e cognome, da noi non si fanno i G8, da noi non sbarcano centinaia di migliaia di immigrati, da noi ci sono le manifestazioni nazionali dei sindacati, e da noi manco la monnezza si accumula (per fortuna, eh).
In Abruzzo si viene per mangiare la porchetta (non me ne voglia Ariccia ma diciamolo, la nostra vince su tutti i fronti...), gli arrosticini, il pesce e per il vino rosso; si viene per il mare e per la montagna, per la neve e per i piccoli borghi medievali. Una volta qualcuno ci venne a girare un film fantasy: Lady Hawke a Rocca Calascio.
In Abruzzo si viene per visitare i parchi e vedere l'orso marsicano, per visitare le chiese e per passare qualche ora con gente gioviale e accogliente.

Siamo taciturni noi abruzzesi a volte anche un pò scostanti, ma abbiamo il cuore tenero. Siamo come la pietra della Majella, che è bianca e porosa e morbida. Eppure sta lì da migliaia di anni, nulla la scalfisce, nulla la rovina. Noi siamo così, gentili ma solidi, riservati ma generosi.

Questa sciagura la viviamo così con incredulità e rassegnazione, forse anche con un sorriso amaro sulle labbra: non succede mai nulla da noi, a malapena gli italiani sanno distinguere il Molise dall'Abruzzo, e guarda un pò per cosa tocca farci conoscere! Adesso lo sanno tutti, dove stiamo.

Non ci siamo abituati, ai riflettori, alle grandi tragedie o ai grandi fasti. Non siamo abituati al clamore della morte, ai gridi di dolore della nostra gente. Non ci capita tanto spesso di ascoltare il nostro dialetto in tv raccontare di sofferenza e desolazione. Non ci siamo abituati, IO non ci sono abituata. E non mi ci abituerò mai.
Finirà, chissà quando e chissà come, ma finirà. E allora ci rimboccheremo le maniche e faremo quello che sappiamo fare meglio da abruzzesi e da italiani: guardare la montagna che abbiamo di fronte, e iniziare lentamente e inesorabilmente, a scalarla. Verso la vetta.

lunedì 23 marzo 2009

Watchmen film- commento


Finalmente, dopo settimane di imprevisti e impegni vari, ieri sera io e Rob siamo andati al cinema a vedere Watchmen. Ora, che io mi impelaghi in una recensione sull'adattamenti cinematografico della mitica grafic novel di Moore, mi sembra quantomeno complicato visto che il fumetto non l'ho letto, e pure l'avessi fatto, non sono una grande esperta in materia. Eppoi c'è chi ha detto molto meglio di me cos' ha di bello, di brutto e di diverso il film rispetto al fumetto, trovate qui e qui un paio di esempi.

E io che posso fare? Dall'alto del mio digiuno fumettistico, posso semplicemente dirvi che Watchmen film, a 24 ore di distanza, non me lo sono ancora levato dalla testa. E' come essersi tuffati per qualche istante in una visione del mondo e della complessità dell'esistenza talmente tanto oltre, che faccio fatica a riallinearmi con la realtà (no, non sono Miss Manhattan, tranquilli).

Sapevo che si trattava di una storia complessa, spacciata per essere molto supereroica ma, come da buona tradizione mooriana, in realtà molto più sfaccettata di quanto si possa immaginare.
Ammetto di essere rimasta spiazzata per quanto questa sfaccettatura fosse destabilizzante e coinvolgente. Ma questo è merito di Moore, non certo del buon Snyder, regista del film. Merito di Moore è di aver avuto molti anni fa, la capacità di parlare all'uomo dell'uomo attraverso la metafora dei supereroi, la capacità di indagare così bene la psiche dei personaggi, da averli resi ben oltre l'eroismo. Grandioso il modo con cui i "supereroi" di Moore, lottano e vivono a cavallo tra il bene e il male, perfettamente consci dei meccanismi, delle debolezze e della forza, dell'agire sociale umano. Ma come usano tutto questo? Pro o contro gli uomini? Difficile dirlo.

Ok, ma il film? Personalmente mi è piaciuto molto. Buono il ritmo, convincentissimi gli attori (spec. il Comico!!), colonna sonora assurda e molto accattivanti, ma senza strafare più del lecito, gli effetti speciali. So che la pellicola è praticamente la trasposizione del fumetto, con tanto di lotti di dialoghi letteralmente copia incollati, come pure certe inquadrature (un pò come accadeva in 300, sempre di Snyder), ma non so valutare quanto la cosa sia infastidente non avendo letto il fumetto. A volte si è accusato il regista di poco coraggio, di poca personalizzazione, ma... Adattare per il cinema un fumetto così complesso, e tra l'altro oggetto di reale fanatismo da parte di molti, non è facilissimo. La tentazione di replicare testi e immagini di un'opera che già di per sè è molto visiva (non come un libro...), e poi visiva a livelli molto alti, è assolutamente normale. Non è piaggeria o mancanza di coraggio, è riconoscere l'estrema e innata cinematograficità di certi fumetti che non hanno alcun bisogno di essere stravolti.
Ma le mie sono illazioni, concedele a una povera ignorante ^__^'

Certamente è un film lungo, molto lungo, certamente gli avanti e indietro temporali mi stavano facendo venire il mal di testa, ma nel complesso vedere il film è stata un'esperienza estremamente particolare. Quando leggerò il fumetto (che, a occhio e croce, sarà il mio primo fumetto visto che non ho mai letto manco Topolino), capirò se davvero l'ho vissuta tutta, o se manca ancora qualcosa.

Infine, ringrazio pubblicamente il pubblico che sedeva al Vis Pathè di Roma est, spettacolo delle 17.50: nessuno si è alzato per andare via, nessuno ha riso, nessuno ha bestemmiato ma tutti si sono sciroppati il film (proiettato senza manco una pausa!!!), senza infastidire nessuno. Dopo i racconti di molti amici funestati dalla presenza di maleducati che pensavano di stare a guardare il classico film a base di voli, risate e scazzottate supereroiche, io nutrivo una certa ansia.
Ma per fortuna mi è andata bene!!

giovedì 19 marzo 2009

Rece si, rece no


Vi siete mai chiesti se ad amare/odiare un libro, siate soli nell'universo? Siete curiosi di sapere quanto il vostro parere sia condiviso oppure no? E' possibile captare l'opinione comune su un libro, attraverso i giudizi alla recensioni???

Ecco, se siete come me, sfrugugliare su anobii alla ricerca di come sono stati votati i vostri commenti ai libri, con pollice su o pollice giù, diventa un passatempo molto divertente.

Mi sono accorta solo oggi che anobii ha reso più chiara una simpatica funzione che permette di vedere quanti voti negativi e positivi hanno ricevuto i commenti dei libri in libreria.
La cosa non ha valore statistico, ok, ma qualche curiosità carina, emerge. Impossibile interpretare il dato perchè manca una condizione fondamentale, ovvero sapere in base a cosa è stato espresso un giudizio, se sulla adeguatezza e completezza della rece in sè, o su quanto quella rece sia in accordo o disaccordo col parere dell'utente ma di cose simpatiche saltano fuori. Ho preso qualche esempio, sono i libri più votati.

Gli inganni di Locke Lamora 10 : 10 sì, 0 no
Wow, gli Inganni hanno riscosso un sacco di successo. Considerando che la mia rece non era semplicemente positiva, ma era ENTUSIASTA, ne deduco che ci sono moltissimi entusiasti del capitolo primo di Locke.

Pan 7: 9 sì, 2 no
Anche qui, la rece era abbastanza favorevole e in molti pare ci si siano ritrovati. Mi piacerebbe sapere se i due voti negativi siano stati attribuiti alla parte più pro o più contro, della stessa.

I dannati di Malva 15 : 19 sì, 4 no
Qui è facile. La mia rece era negativa e quindi chi le ha dato pollice su, vuol dire che la pensava esattamente come me. Mica pochi, eh!

Il nome del vento 4 : 4 sì, 0 no
Qui pure è agevole. L'opera prima di Rothfuss, sebbene i numeri dei suoi fan italici nn siano probabilmente tanti quanti quelli di altri autori, segna un plebiscito a favore di Kvothe.

A me le guardie! -3 :0 sì, 3 no
Io Pratchett lo detesto quindi il mio stringatissimo parere negativo, non ha incontrato il favore di chi vi è incappato. Avevo messo in conto che potessero essere di più, mi è andata bene!

La prescelta e l'erede -2 : 2 sì, 4 no
Me lo aspettavo. La rece metteva a confronto questo libro con il primo e, a mio parere, non c'è paragone. I fan della Carey non sono d'accordo...

Estasia1 3 : 9 sì, 6 no
Il mio commento non era positivo e in molti la pensano come me, ma molti altri hanno apprezzato di quell'opera proprio quello che a me non andava giù. E i voti rispecchiano bene la cosa.

Ora le interpretazioni più complicate, fatalità su autori italiani molto amati.

Prodigium 4 : 10 sì, 6 no
La rece era alla fine equilibrata, con focus sui punti a mio parere positivi e sui punti negativi. Difficile capire quei 6 no. Fondamentalmente il parere era favorevole, quindi, se il voto è stato dato al "senso complessivo" della rece, allora la mia opinione non è condivisa e nei lettori prevale l'accento sulle cose negative.

La Ragazza Drago 1 :6 sì, 5 no
Stesso dicasi per la Ragazza Drago. Rece equilibrata ma tutto sommato positiva. Ne deduco che la mia visione non sia stata precisamente apprezzata....

Estasia2 -3 :4 sì, 7 no
Rece tutto sommato equilibrata ma positiva e anche qui, decisamente stroncata! Ma piace o no questo libro??

Ok, cosa ne traggo da 'sta cosa??

In realtà poco o nulla, perchè, come ho già detto, mancano premesse interpretative fondamentali.
Però una cosa è chiara: le nostre librerie virtuali replicano uno spaccato del sentire condiviso della comunità.
Non è un caso che le recensioni numericamente più controverse siano su libri di autori italici. Il fantasy nostrano è un'esperienza recente che suscita animati dibattiti sulla sua qualità, mentre la produzione estera, più matura e pure più varia, suscita pareri più netti, pro o contro. Più o meno quello che accade nella mia libreria...

Sul fronte più propriamente recensorio, scorrendo anche gli altri voti conseguiti, mi accorgo che le rece più chiaramente "schierate" pro o contro, sono quelle maggiormente votate, mentre quelle equilibrate non riscuotono molti voti, e se si, c'è sempre un testa a testa.
Probabilmente c'è del vero in questo atteggiamento: se un lettore cerca opinioni che confermino o scoraggino un'intenzione di lettura, ha bisogno di una rece chiara, senza troppi giri di parole (praticamente sono logorroica!!)

E le vostre librerie come stanno messe? Riscontrate voti inattesi?? Rispecchiano l'atmosfera che avvertite attorno a certi libri oppure no?

martedì 17 marzo 2009

Wunderkind-- Recensione


Scusate l’assenza, me lo sentirete dire spesso da qui in avanti.
Dunque, su consiglio di Stefano, in questi giorni ho letto Wunderkind, opera prima di un giovane, ma non troppo (è mio coetaneo, eh), autore italiano, tale D’Andrea G.L.
Premetto che non è precisamente il mio genere, perché il libro è la classica mescolanza tra elementi fantastici, gotici e dell’orrore che non riesce sempre a prendermi del tutto, ma devo dire che sono rimasta piacevolmente colpita dalla novità rappresentata da Wunderkind quanto a creazione di ambientazione, atmosfera e coinvolgimento.
Intendiamoci, non mi sento di gridare al miracolo semplicemente perché si tratta di un libro con spunti notevolissimi che emerge in un mare non troppo popoloso quanto a concorrenza italica. E così è troppo facile, no?

Questa è la quarta di copertina:
Parigi, autunno. È una lucida moneta d'argento a sconvolgere la vita di Caius Strauss. Perché è il dono di un orribile uomo dalla faccia di luna, e perché di lei è impossibile liberarsi: gettata nella Senna o sepolta tra i rifiuti, la lucida moneta d'argento torna sempre. La moneta è lo strumento con cui il male scritto nel destino di Caius ha scelto di manifestarsi, e la chiave per accedere al Dent de Nuit, il quartiere che nessuna mappa ha mai segnalato. Un mondo di tenebra in cui si annidano uomini dotati di un potere letale e luoghi misteriosi come la libreria Cartaferina, che vende oggetti capaci di realizzare desideri oscuri a prezzo del sangue. Nel cuore infetto di una Parigi lunare e apocalittica, una terribile rivelazione attende Caius: lui è il Wunderkind, il ragazzo per cui gli abitanti della città nascosta sono disposti a morire e l'uomo dalla faccia di luna è disposto a uccidere.

Condite il tutto con creature malvagie frutto di incubi di lovecraftiana e barkeriana memoria, con un’atmosfera trasudante corruzione e morte, con torture e rituali di violenza inaudita, e l’incubo è servito.

Mi ha colpito molto la visionarietà dell’ambientazione creata da D’Andrea, la sua capacità di concretizzare il male in figure e situazioni dalla perversione mostruosa, la sua capacità di dipingere un mondo che, fino alla fine, si muove su un delicato crinale in cui bene e male non esistono, in cui verità e falsità vanno a braccetto.
Parliamo sempre di lotta, intendiamoci, tra chi protegge il Wunderkind e tutto quello che si accompagna ad esso, e chi vorrebbe usarlo e distruggerlo, ma è una lotta che fino alla fine non palesa la sua identità. Si tratta del bene contro il male?O del male contro male? Quale delle combinazioni possibili rappresenta lo scontro di cui Caius è protagonista? Impossibile dirlo perché su cosa voglia dire essere il Wunderkind il libro non dà conto. Ed è questa indeterminatezza la chiave del libro, se vogliamo la sua delizia ma anche la sua croce.

La delizia. Se sapessimo cosa è davvero il Wunderkind (sappiamo cosa accade se compie una Permuta, ma nient’altro), il libro scivolerebbe verso il solito andamento: fanciullo dotato di talenti o di destino già scritto, impegnato con la presa di coscienza di cosa è/cosa deve fare, con un corollario di “aiutanti” più o meno limpidi. E invece… non sappiamo chi sia il Wunderkind e cosa lo renda così speciale quindi il libro guadagna un mistero e una tensione che lo svelamento, anche finale, avrebbe, forse, sciupato.

La croce. Perché, diciamocelo, grazie a questa bella furbata narrativa, l’autore ha driblato i problemi relativi alla gestione di una trama complessa, limitandosi a fare un’overview sull’ambientazione, sui personaggi e sulle torture. Dopo un libro intero, non sappiamo ancora che cosa sia il protagonista, che grave infrazione alla Legge abbia commesso facendo una Permuta, chi siano gli amici e i nemici, e praticamente il finale riporta all'inizio del libro. Come non sapevamo nulla all'inizo, così sappiamo poco e niente alla fine. Non è frustrante, eh, è solo che è come se nn avessi letto nulla che aiutasse a fare il punto della storia tanto è che, raccontando la trama a Rob, mi sono trovata in estrema difficoltà. Ripensando agli avvenimenti, cosa è davvero successo in questo libro? Un ragazzino è rimasto orfano, ha un destino particolare e qualcuno cerca di usarlo. Stop.
Per molti è questa originalità di fondo nella struttura narrativa, il vero pregio di Wunderkind, la vera chiave della genialità di D'Andrea.
Personalmente, per la lettrice che sono io, a me è sembrato di leggere il buon prologo di un promettente libro.... :P

Complessivamente la lettura è stata avvincente per l’atmosfera che D’Andrea è riuscito a ricreare, anche grazie a un lessico evocativo, ma peccato che, stringendo, lo svolgimento narrativo non sia stato proprio all’altezza.
Oh, magari poi è un problema di genere, e qui torna la mia non conoscenza approfondita di un genere assolutamente ibrido, più orientato all'horror, di cui Wunderkind è un esempio.

martedì 24 febbraio 2009

Martin 1.0


Leggo oggi su Fantasy Magazine che l'amato/odiato Martin sul suo blog ha fatto qualche precisazione in merito alle continue proteste dei fan sui tempi di scrittura di A Dance with Dragons, quinto volume della pachidermica saga delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco.

Essenzialmente Martin non ne vuole sapere di fare previsioni sulla data di conclusione e usicta del romanzo, semplicemente perchè non ha potere di preveggenza e rischia di sbagliare. Già in passato ha dato notizie rivelatesi inattendibili e, no, non ha mentito ai lettori, semplicemente si è sbagliato.
E' stanco di essere aggredito dai fan che, ad ogni data disattesa, protestano pubblicamente magari proprio sul blog e poi dice qualcosa riassumibile con questa frase:
"Non intende comunque entrare nello specifico, a suo giudizio parlare di un’opera nel corso della sua realizzazione non aiuta mai. L’arte non è una democrazia, e si tratta di problemi che deve risolvere lui stesso."

Ora, al di là della discutibilità di una simile affermazione, parlando in altra sede con Fed di questa notizia, ho maturato qualche considerazione:

a) gli autori che diventano famosi si dimenticano di quando i fan erano necessari e li fanno diventare un problema

b) che la professionalità è merce sempre più rara

c) che le mancanze vanno sempre gentilmente declinate

d) che forse chi non è pronto in rete a dialogare davvero, è meglio che non lo faccia

e) che troppo spesso il web autorizza lettori e fan a dimenticare l'educazione (ma forse sono persone maleducate anche off line)

Detto ciò, quello che non capisco di Martin è dove voglia andare a parare quando ha di queste uscite. Che sia lento si sa, che abbia creato un'opera monumentale in cui ora si è un pò aggrovigliato, si può presumere. Che sia un tipo dai nervi facili, e che abbia certo fan un pò esagitati, anche questo è abbastanza chiaro.

Ma non è contento di questo? Sarebbe più felice di vedere di non aver regalato emozioni, di vendere tre copie in croce nell'indifferenza più totale? Non posso pensare che il senso di asfissia dato da un centinaio di persone che chiedono da un paio di anni di avere un'informazione un pò più certa, sia così gravemente pernicioso per un genio come Martin.
A meno che detti fan non organizzino picchetti di protesta sotto casa sua, rendendogli impossibile anche andare a fare la spesa. Di norma chi si sente braccato, sa inconsciamente di avere qualche torto...


Comunque, per quanto mi riguarda, ciò che è veramente irritante di Martin è che mi ammazzi sempre i personaggi preferiti o me li mutili in modo irreparabile! Quanto al resto, senza di lui sopravvivo uguale.

lunedì 23 febbraio 2009

Hancock


Qualche giorno fa io e Rob abbiamo visto un film che ci ha lasciati un pò spiazzati. Fortuna che non ci abbiamo speso una lira per vederlo, nemmeno i dindi del noleggio...insomma, avete capito...

Trattasi di Hancock, il film più senza capo nè coda che io abbia mai visto.

Ne avevo solo un vago ricordo attraverso i fotogrammi di qualche trailer che mi era capitato di vedere in occasione dell'uscita e ricordo che l'idea di un supereroe un pò diverso, un pò scostumato, non mi era dispiaciuta.
Ritiro tutto, vostro onore.


E' un film sconclusionato, che non ha deciso cosa essere, se una pellicola di azione, drammatica o di avventura, gli attori sono improvvisamente regrediti allo stato di debuttanti al primo ciak, e la trama risulta poco coerente e assolutamente non coinvolgente. Vorrei davvero dire qualcosa di più, ma è praticamente impossbile.

Tutto inizia e finisce in Hancock, potenzialemente un bell'antieroe, praticamente un disadattato con una pseudo storia difficile alle spalle, che scopre di non essere l'unico della sua specie. E' stato creato per accompagnarsi a una donna della sua razza ma, per renderli più mortali, un misterioso creatore ha deciso che, più stanno vicini, e più perdono poteri fino alla morte. Perciò i poverini, sono millenni che si lasciano, si ritrovano, vengono condannati e perseguitati dalle varie società, sacrificandosi di volta in volta l'uno per l'altra affinchè l'altro viva.
Domanda: ma perchè crearli forzutissimi e eterni ma crearli _in coppia_ sicchè stando vicini si indeboliscono?? Cioè, perchè??? Dice la donna: "per renderci più umani, capaci di vivere emozioni".
L'intento è nobile, il risultato è esilarante.
Il tutto viene narrato in modo molto asettico e affastellato, con progressioni narrative degne di un centometrista e con coerenza prossima allo zero.

Gli attori, ahimè, si saranno anche divertiti a fare film un pò diverso dal loro ultimo trend, ma sono davvero fuori parte. Charlize, darling, è un film leggero, non è Via Col Vento, sciogliti un pò! Per non parlare di Smith che, porello, a ripensarlo nelle vesti di Io sono Leggenda, verrebbe da ucciderlo per come si è ridotto.
Ma si sa, in quetsi casi la colpa non è degli attori che, alla fine, si sono adeguati anche loro a una storia-non storia stiracchiata in ogni angolo e priva di qualsiasi spessore cercando di metterci del loro per riempire gli evidentissimi buchi. Manca la storia e quando è così non c'è bravura che tenga.

Insomma, nel complesso è una pellicola incerta, incoerente in molte parti e poco credibile in tutte le altre. Però mi ha fornito un' importante risposta.

Da un pò mi rammarico del fatto che al cinema non si sceneggino supereroi originali, preferendo il porto sicuro di fumetti di successo o remake di vecchie pellicole.

Dopo aver visto Hancock direi: Marvel, grazie di esistere!!!

martedì 17 febbraio 2009

Vampiri e dintorni


Oggi sul Corriere della Sera ho trovato questo articolo che fa un pò il punto sul successo dei vampiri-non vampiri che affollano le librerie e riempiono i cinema in questo periodo.
E lo fa a 360° dando interpretazioni psicologiche, sociologiche e pure un pò politiche, della figura del vampiro dalla tradizione a oggi. Il pezzo mi ha fatto fare qualche riflessione sparsa che vi propino ^^

L'articolo, stringendo, dice un pò quello che ha detto anche Mr King quando parlava di Twilight e della sua versione soft di sessualità e passionalità.
Vengono riportate dichiarazioni psico-sociologiche a sostegno/chiarimento della tesi per cui Edward
e compagnia non rappresentino altro che l'amore pre-adolescenziale come afferma lo psichiatra Vittorino Andreoli quando dice:
"Finito il freudismo, abbiamo vampiri con dentini da latte, giusti per questa generazione di ragazzi senza una forte identità di genere: giovani maschi ben vestiti, pettinati, che provano un richiamo sessuale molto debole. E che hanno una sublimazione molto più eterea, come nell'Edward di Twilight ".
Impossibile dargli torto. Ci siamo trovati molte volte a rilevare che i vampiri della Mayer saranno anche capaci di provare forti sentimenti, ma la carnalità del sangue per come la si è sempre intesa nella letteratura fantastica-horror, è ben altra cosa. I vampiri di oggi non succhiano più il sangue dal collo delle vittime, non si sporcano le mani della loro linfa vitale.
Saranno anche più educati, più romanticoni, ma hanno perso inevitabilmente il fascino magnetico, un misto di terrore e desiderio, che proviene dalle loro figure. I vampiri, nella tradizione, erano creature stupende e lo erano per un motivo ben preciso, non solo per un vezzo lettarario: erano come piante carnivore, meravigliose a vedersi ma assolutamente letali per il malcapitato che si lasciava attirare da tanta bellezza. Incarnato diafano, tratti seducenti, gesti avvolgenti, tutto serviva ad attrarre la preda per poterne poi banchettare.
Ma adesso, a cosa serve la bellezza dei vampiri? A lasciare a bocca aperta le adolescenti.
Credo che
Dracula, se non fosse stato già decapitato, trafitto al cuore e bruciato, si sarebbe davvero rivoltato nella tomba...

Secondo Gianfranco Manfredi:
"il non-morto ripropone il quesito su dove sta il confine tra la vita e la morte. È una domanda estremamente attuale. Tutti, adolescenti e adulti, si interrogano su questi confini. Certo, così entrano in gioco temi che riguardano il soprannaturale (c'è una vita dopo la morte, ecc.) che da sempre la Chiesa, quella cattolica in particolare, considera suo monopolio. E infatti gli ambienti ecclesiastici non guardano di buon occhio le feste di Halloween, Harry Potter, il gothic e ora i vampiri». Ma la letteratura fantastica e l'horror piacciono molto agli adolescenti. «E oggi gli adolescenti sono una parte importante del mercato editoriale»
Eggià vita e morte, creature sospese tra l'una e l'altra, incapaci di morire ma legati, per vivere, a ciò che nutre i nostri corpi.
Significati intrecciati, metafore nelle metafore, che danno uno
spessore unico e irripetibile ai vampiri. Chiesa o non Chiesa, editori o non editori (non mia ddentro nel tema, eh, tanto già sapete come la penso).
Solo che i vampiri di oggi difficilmente bevono sangue e, se lo fanno, sono politicamente, ed
eticamente, corretti. Si pongono scrupoli (esseri umani no, animali si) ma, a scanso di ire animaliste, si buttano spesso su improbabili surrogati sintetici.
Mi viene da pensare che nella progressiva mania che sta colpendo la nostra epoca, di eliminare tutto ciò che non sia socialmente accettato anche quello che è caratterizzante la diversità verso un appiattimento abbastanza inquietante, anche i vampiri debbano smettere di fare il loro onesto lavoro se vogliono stuoli di fan. Non importa che il vampiro è quello che è per ciò che fa, l'importante è tenere il simbolo, svuotarlo del suo significato, e plasmarlo a uso e consumo dei gusti correnti.
Ma io dico: se i vampiri sono troppo orrorosi, perchè non leggere e innamorarsi di qualcos'altro?
Perchè ostinarsi a snaturare le cose quando ci sono mille alternative?

D'altra parte, sottoscrivo anche l'opinione che dal Times, ha scritto Leslie S. Klinger:
«Il
vampiro contemporaneo rappresenta l'outsider sensibile, solitario che vive in disparte dalla società cosiddetta normale» . È l'ultima incarnazione di una figura cara alla cultura giovanile, il bad boy o la bad girl: «il bastardo bello e tormentato, che affascina eppure fa paura». Insomma, l'Edward di Twilight come un nuovo James Dean. Sì, però — è sempre Klinger che lo scrive — questa nuova Vampire Lit «non dà i brividi, quelli che il vecchio Dracula continua ancora oggi a regalare».
Oddio, Edward come James Dean. Brr. Però la realtà è davvero questa. Ogni epoca ha il suo idolo bello e dannato, ogni generazione hai suoi capelloni e le sue zampe di elefante. Soprattutto, ogni età ha un eccesso da affrontare e da superare.
Prima erano alcool e droga, non a caso tutti i belli e dannati erano alcolizzati e assuefatti alle
droghe, ma poi tali mostri sono stati metabolizzati e superati. Oggi è il turno della morte di cui tanto si parla in questi giorni.
Se è vero che i vampiri sono sempre stati vissuti con paura, con timore, associati persino alla dannazione eterna, oggi li si usa per esorcizzare la paura della morte facendola passare attraverso la pelle di svarowsky di Edward. Il vampiro, paradossalmente, non serve più a rabbrividire di paura ma a familiarizzare con l'idea più difficile in assoluto: la morte.

Fuori di filosofia, resto dell'idea, come Klinger, che il vecchio Dracula continui a donare brividi di gran lunga più desiderabili ma sono brividi particolari, legati a un sentire forse più maturo, più consapevole, più rispettoso della diversità (sei vampiro ok, "accetto la tua natura e mi fai paura", non "accetto la tua natura e so che mi amerai...") e meno adolescenziale.