venerdì 27 aprile 2012

Hunger Games - La ragazza di fuoco - Recensione


La ragazza di fuoco è forse il libro della trilogia che mi è piaciuto di più. Normalmente i libri di “mezzo” delle trilogie non sono mai coerenti come i primi o esplosivi (si spera!!!) come i terzi. Ma in questo caso mi son dovuta ricredere: il ritmo della narrazione è così perfettamente calibrato tra momenti di quiete (apparente), momenti di hipe (adrenalina pura) e quelli di shock completo (da far cadere le mascelle a terra), che è impossibile smettere di leggere. 
Comprato su Amazon la mattina, finito di leggere la sera dello stesso giorno (tanto per darvi anche la misura del tempo INUMANO che passo sui mezzi pubblici della beneamata capitale per fare si e no 7 km casa-lavoro).

La trama, cercando di non spoilerare troppo: che Peeta e Katniss siano in qualche modo entrambe sopravvissuti agli Hunger Games, questo si è capito. La geniale e pericolosa trovata di Katniss sul finale dei giochi viene però interpretata come un atto di sfida all’autorità di Capitol City quindi il rientro al distretto 13 dei nostri eroi non è precisamente un ritorno all’eden, sia livello personale che "sociale". 

Qualcosa si è mosso nei distretti di Panem e qualcosa di pericolosamente simile alla rivolta inizia a impensierire anche Snow, l’infido tiranno di Capitol che tutto sa e tutto conosce. Le cose tra Katniss  e Peeta non vano affatto bene: la nostra eroina, fuori dagli hunger games, è assalita dai dubbi e da 1000 domande sul genere di sentimenti che la legano a Peeta (poraccio) e a Gale (io lo odio, voi?), dubbi che rischiano di attirare gli occhi del regime… se è vero che i due tributi sono riusciti a salvarsi grazie alla loro “love story” a favor di telecamera durante i giochi, come può Katniss pensare di svelare la dura realtà del suo opportunismo (ma siamo sicuri???) a fin di bene, senza mettere nuovamente a repentaglio la vita della sua famiglia e dell’intero distretto?

Non solo: è alle porte l’Edizione della Memoria degli Hunger Games, che si svolgono ogni 25 anni. Una sorta di edizione celebrativa del reality show che, guarda caso, per la prima volta in assoluto, visto che i vincitori normalmente vengono esentati a vita dalla mietitura, porterà nell’arena tutti i vincitori delle passate edizioni dei giochi. Un uomo e una donna per distretto: il che, per il dodicesimo, vuol dire sicuramente Katniss e uno a scelta tra Peeta e il mentore Haymitch… Crudele quel che basta per capire che le modalità di svolgimento di questi giochi è stata eleborata apposta per portare di nuovo i piccioncini nell’arena l’uno contro l’altro. E per togliere di mezzo quanti più vincitori anziani possibili. Come si comporterà Katniss di nuovo catapultata nell'arena? E Peeta come si porrà nei confronti di Katniss quando la resa dei conti sarà inevitabile?

Su tutto questo ribollire di sentimenti e di avvenimenti, metteteci pure la rivolta incipiente, l’inasprimento delle pene corporali per gli abitanti del 12 distretto, lo spettro di un fantomatico distretto 13 non davvero distrutto ma celato da Capitol e poi ancora l’emozionante simbolismo di rivolta infilato in ogni dettaglio dell’ambientazione (il pane con l’impronta della ghiandaia imitatrice, il costume da arena di Cinna per Katniss, etc….).  E il finale, che dire del finale? Assolutamente perfetto. Coerente, emozionante e mozzafiato, come piace alla Collins e pure a noi!

Oh. Tutto questo accade in un solo libro. Roba che altri autori, mi viene in mente il buon Martin, ne avrebbe scritti 4… Eppure, a dispetto della densità della storia e della sua ricchezza, la lettura scorre accattivante, parola dopo parola.

Come nel primo libro non possiamo fare altro che “scivolare” nelle inquietudini dei protagonisti, nelle loro paure ed emozioni, e come in Hunger Games è impossibile restare impassibili davanti alla raffinata crudeltà di Capitol City-Snow, e alla disperata ricerca della sopravvivenza di chi è chiamato a giocare i giochi più ignobili che esistano. Quello che mi colpisce, come ho già detto nell’altra recensione, è la capacità della Collins di unire azione e colpi di scena alla profonda indagine interiore dei personaggi, indagine che non risulta mai inopportuna o “appiccicata” agli eventi. La psiche dei protagonisti, i loro pensieri, sono dentro l’azione, sono l'azione, sicchè è impossibile, come lettore, vivere l’avventura senza “sentire” i personaggi. Francamente non ricordo altri libri in cui il meccanismo fosse così ben integrato; molti autori ci riescono egregiamente (penso alla Carey, penso a Stroud), ma in modo così evidente non mi era mai capitato di leggere. Certo Peeta è sempre un po' macchietta, innamorato perso, sempre pronto a dare la vita per Katniss, ma ci accorgeremo di quanto il buon Peeta sia una colonna della vicenda nel terzo e ultimo libro, quando... non svelo ma dico che per me anche questa descrizione un po' stereotipata di Peeta è stata pensata in funzione del finale di saga. Sbaglierò però...

E sempre parlando di finali, per quanto riguarda quello della Ragazza di Fuoco che dire, è la solita trovata geniale e spiazzante, che non placa la sete del lettore ma alimenta la “fame”  di leggere il terzo libro!!!!! Sarà mica un caso che si chiamano “hunger” games, no? 

Una nota stonata però c’è: ma dove sono finite le telecamere nell’arena dell’Edizione della Memoria??? Vengono nominate ancora meno del primo libro!!!

Ps: lunedì 30 vado a vedere la prima al cinema di Hunger Games!

martedì 24 aprile 2012

The Hunger Games - Rece libro



L'ho letto in inglese perchè su Amazon per sbaglio ho comprato l'ebook in versione originale e poi, per verificare che avessi capito bene, l'ho ripreso in italiano. E sapete una cosa? Avevo capito tutto anche in inglese, Hunger Games è un capolavoro in qualunque idioma lo leggiate. 

La storia ormai è nota, e dal 1 maggio la conosceranno davvero tutti perché nelle sale cinematografiche uscirà il film omonimo, quindi faccio solo un collage dalla rete.
In un distopico mondo post moderno chiamato Panem (più o meno corrispondente all'attuale nord america), un potente governo totalitario con sede in una città centrale chiamata Capitol City, mantiene saldamente il controllo sui 12 Distretti in cui è organizzato il territorio. Ogni Distretto si distingue per differenti condizioni di vita e di professioni, ma sono tutte più o meno schiave, e letteralmente affamate, da Capitol City. Ci sarebbe anche un fantomatico Distretto 13 ma anni prima questo fu raso al suolo per aver fomentato una precedente rivolta. Ogni distretto è completamente isolato dagli altri e la sola e unica connessione che esiste tra le genti di Panem è la televisione, onnipresente, pervasiva e, soprattutto, l'occhio che tutto guarda e tutto segue.

Gli Hunger Games sono un evento televisivo, manco a dirlo, un reality show annuale, nel corso del quale il governo di Capitol City sorteggia un ragazzo e una ragazza da ognuno dei distretti per combatttere sino alla morte in un'arena appositamente costruita: foreste, boschi, deserti... ogni anno l'ambientazione e i letali pericoli in essa contenuti, cambiano. Quel che è peggio, gli Hunger Games devono essere vissuti da tutti come una festa, una sorta di dono del regime, pena la morte. Che si tratti dell'estremo atto di forza di Capitol City e del suo tiranno Snow per dimostrare ai sudditi il potere di vita e di morte del regime persino sui figli di Panem, non è assolutamente ammesso.

Fin qui l'ambientazione. E la storia? tutto inizia all'interno del distretto 12 quando la giovane Katniss Everdeen, orfana di padre morto nella miniera di carbone ospitata del suo distretto, si offre volontaria per entrare negli Hunger Games salvando la sorellina Prim. Con lei il giovane Peeta, figlio del panettiere del distretto; tutti e due proiettati nell'arena della Capitol insieme ad altre 11 coppie di ragazzi con una sola certezza, la morte, e un solo obiettivo: sopravvivere. A favor di camera, possibilmente. Chi sopravviverà? E soprattutto, in un mondo dominato dalla tv, dagli umori degli spettatori, in cui conquistare il favore degli sponsor può essere l'unica discriminante tra la vita e la morte, cosa è davvero lecito e cosa non lo è, nell'arena? Hanno più senso parole come fiducia, amicizia, amore e onestà? Conta di più la capacità di adattamento e saper sfruttare ogni singola opportunità offerta, oppure no? E soprattutto, cosa è vero e cosa è davvero falso quando in gioco c'è la propria vita o quella delle persone che amiamo?

A mio parere il libro ha un pregio impagabile, tutto torna. L'ambientazione è coerente con la caratterizzazione dei personaggi, che a loro volta incarnano alla perfezione i dubbi e le agitazioni di un mondo affamato e afflitto dalla mancanza. La bellezza del romanzo sta nella sua "quadratura" e nella quantità di dettagli che tratteggiano il mondo e il vissuto stesso delle persone.Intendiamoci, è sempre un lavoro di cesello ben studiato perchè, i
n fondo, di sto benedetto Panem sappiamo poco e poco sappiamo di Capitol City e di chi la abita. Eppure sappiamo tutto quello che serve: che una volta l'anno 13 Distretti si fermano, inermi, a guardare 24 ragazzi e ragazze che si ammazzano tra di loro in un reality show imposto dal regime. Serve altro per descrivere di che società parliamo?

Altro goal: l'introspezione dei personaggi, soprattutto quello di Katniss che ci "inonda" di emozioni e pensieri, grazie anche alla scelta stilistica di farle narrare la storia in prima persona e al tempo presente; ciò che rende tutto quello che accade tremendamente vivo, vero, un crudo qui e ora che cattura il lettore e non lo molla per tutta la durata del libro. Non proprio altrettanto riuscito è il personaggio di Peeta, forse un pò troppo stereotipato, sebbene di uno stereotipo che, non chiedetemi come, riesce a rendere ciò che accade alla coppia ancor più emozionante. Ma Peeta si rifarà nei prossimi libri, sempre a modo Collins...

E l'effetto Collins lo troviamo anche nel modo in cui il libro affronta il tema amoroso. Già perchè presentato come il nuovo Twilight (aiuto), per quanto detto sino ad ora in Hunger Games manca qualcosa (o meglio, c'è già tutto altro che...). Ricordate la questione della coerenza? Ecco, anche l'amore diventa uno strumento per rendere ancora di più la tragità della vita dei giovani tributi gettatti nell'arena e, più in generale, degli abitanti di Panem. D'altra parte l'amore, donato, riufiutato o timidamente accettato, è anche ciò che salva i due ma in modo completamente inatteso. Disincantato, crudele, duro. Perciò Hunger Games NON è Twilight, chiaro?

Due parole anche sulla critica sociale. Come ogni ambientazione distopica che si rispetti, il regime totatilitario che tiene sotto schiaffo la popolazione usando i mezzi di comunicazine di massa, come la tv, come strumento di controllo sociale, è tema noto. Solo che con Hunger Games il tutto diventa odioso, fastidioso, quasi fisicamente doloroso... alzi la mano chi non ha pensato almeno una volta di voler spaccare la telecamera nell'arena, l'oggetto simbolo del controllo, deputato a filmare la vita, ma soprattutto la morte, come elemento di ludibrio collettivo. In questo senso l'autrice, da brava sceneggiatrice, conosce perfettamente quali sono meccanismi e le leve emotive da toccare per far riflettere il lettore sulla questione, soprattutto un lettore di oggi, sensibile e soprattutto esposto al potere del medium tv.


Insomma, un bellissimo libro, denso e profondo per tematiche, avvincente per ritmo e per colpi di scena e soprattutto un libro con una grande attenzione all'introspezione dei protagonisti. In effetti questo è la cosa che mi preoccupa di più del passaggio dalla carta alla pellicola: ce la farà il film a rendere la complessità delle emozioni e la sfumatura dell'agitazione interiore di Katniss e Peeta? Ve lo saprò dire il 1 maggio o giù di lì!


lunedì 23 aprile 2012

A volte ritornano...

Perchè tornare a parlare di libri dopo 3 anni di stop? Perchè se ci si imbatte in una storia che vale davvero la pena di essere raccontata, non c'è stop- pausa di riflessione-alt o varicella che tenga: va raccontata. E' come il mal di denti: non lo puoi ignorare all'infinito, prima o poi tocca toglierlo, il dente.

Solo che in effetti questa storia è stata già abbondantemente discussa, recensita e tagliuzzata da migliaia di lettori nel mondo, visto che la pubblicazione del primo volume in inglese è avvenuta nel lontano 2008 e tradotto poco dopo in italiano, proprio negli anni del mio black out recensorio. Sicchè cosa potrei mai aggiungere io che non sia stato già detto in tutte le salse?

Solo un: grazie. Grazie alla saga degli Hunger Games sono di nuovo qui a scrivere. Azzardo che se non mi fossi mai imbattuta in una storia del genere, probabilmente non avrei mai ripreso a leggere e commentare. Non so se basti a dare la cifra di quanto ben fatta sia questa trilogia (anche se con notevoli differenze da volume a volume) ma forse qualcuno che mi conosce bene e sa quanto io sia difficile di gusti fantasy/fantascientifici, potrebbe quantomeno sollevare un interrogativo sopracciglio.

Essì, la trilogia composta dai volumi: The Hunger Games, La ragazza di Fuoco e Mockingjay  (io l'ho letto in inglese, in italiano "Il canto della rivolta" uscirà a maggio 2012) è davvero una delle trilogie più belle che abbia mai letto. Azione, avventura, violenza, sentimento, critica sociale, approfondimento psicologico e grande ambientazione. C'è tutto questo nel mix creato dall'americana Suzanne Collins, costantemente condito da una nota, forse anche più di una, di amarezza, rabbia e solitudine. A voler fare i pignoli si tratta di libri targettizzati "Young adult", sarebbe a dire più o meno gli stessi destinatari di Twilight. Ho detto più o meno, tranquilli. Perchè per come la vedo io è una trilogia che strizza l'occhio romantico agli "young" ma le viscere le stringe sia agli young che agli adult.

Wow, roba allegra, direte voi ^_^

Bhè, va così. Di questi tempi mi piacciono ste cose un pò angoscianti... sarà mica perchè a giugno mi sposo??? Ahahaha, tutto può essere.... ^_^

A stretto giro la rece del primo libro Hunger Games di cui uscirà il film al cinema il 1 maggio 2012! Qui il Trailer!

giovedì 2 luglio 2009

Sanctuary- Considerazioni sparse


Sanctuary
, la raccolta italiana di racconti fantasici a cura di Luca Azzolini, è almeno tre cose insieme:

Beneficienza: i ricavati delle vendite verranno devoluti in beneficienza alla fondazione ABIO: associazione che da 30 anni si dedica all’accoglienza dei bambini e degli adolescenti in ospedale, e al sostegno dei loro genitori.

Collaborazione e partecipazione: non solo 12 noti autori italiani hanno accettato, pur nella loro diversità stilistica e produttiva, di cimentarsi insieme su un'ambientazione condivisa, ma un concorso aperto a tutti gli aspiranti scrittori ha permesso a un lettore di diventare il 13esimo autore della raccolta. Se non è una novità questa, in italia...

Urban fantasy: fortunatamente non è una novità assoluta come sottogenere tra gli autori italiani ma Sanctuary è, nel complesso, un'ambientazione diversa e originale nel panorama dei temi nostrani.

Basta tutto questo a fare di Sanctuary un capolavoro? Bhè, onestamente no. L'intento è lodevole, l'iniziativa pure, ma molti racconti non sono all'altezza e manca, a mio parere, il senso "complessivo" di raccolta. L'attacco e la chiusura affidati al curatore Azzolini, non bastano a creare organicità: i racconti rimangono a se stanti e non contribuiscono a restituire un'idea di fondo dell'antologia. O almeno, io non l'ho trovata evidente.
Inoltre la Sanctuary che appare, pur in 13 racconti diversi, è praticamente sempre la stessa. Capisco che nell'immaginario collettivo urban fantasy= città inquinata, degradata, pericolosa, decadente e promiscua, ma possibile che a tutti gli autori e a tutti gli aspiranti autori sia venuto in mentee di mostrare sta benedetta città solo in questi aspetti?? Ok, la metropoli ha spesso accezioni negative, carica di una umanità caotica che si muove verso il baratro dell'involuzione e della violenza, ma solo questo? Magari è una scelta editoriale precisa, ok, ma personalmente mi è pesato un pò non cambiare praticamente mai contesto da un racconto a un altro.

Passiamo ai racconti. Ce ne sono due o tre che mi sono piaciuti molto altri meno. La maggior parte delle mie impressioni si basa sul "clima" che i racconti sono riusciti a creare, al coinvolgimento anche emotivo che hanno suscitato.

La Casa dei millepiedi di Pierdomenico Baccalario: *** Il mio preferito in assoluto, per il linguaggio, per il ritmo, e per il finale. La sua visione di Sanctuary e del controllo sulle persone è di certo l'idea migliore del racconto come pure l'atmosfera che è riuscito a creare.

La fabbrica delle Leghe perfette di Troy Cassini: ** Bello ma un pò scontato sul finale :(

Le colpe dei Padri di Franco Clun: * Pesante e prolisso. Non mi è piaciuta la storia nè il modo con cui l'ha conclusa. Non sono riuscita a "entrare" nel racconto, nella sua anima.

Le storie che nascono in questa città di Francesco Dimitri: ** Un racconto coerente e ben ritmato sebbene molto molto molto legato all'approccio dimitriano al mondo. Un pò di varietà tematica non sarebbe guastata!

Anobium di Francesco Falconi : ** Molto intrigante il personaggio femminile protagonista di un racconto molto diverso dalla solita produzione di Falconi, di certo uno di quelli che resta più in mente a libro chiuso. L'unica pecca del racconto è il suo essere un pò "sbilanciato" sull'inizio, con un finale un pò rapido rispetto all'aspettativa creata.

Mirror Blues di Fabrizio Furchì : * L'esordiente di Sanctuary mi sembra un pò spiazzato. Il linguaggio non sempre è all'altezza, o meglio è all'altezza per catturare l'attenzione con figure ad effetto ma non di trattenerla, la storia poco convincengte. Furchì sa caratterizzare bene i personaggi ma non riesce a tessere una trama che riesca a vivere senza il ricorso a immagini o frasi ad effetto. Il ritmo si salva un pò ma personalmente il racconto mi ha deluso.

Il ditirambo di samarat di Michele Giannone : * Racconto partito bene ma poi, onestamente, sul finire ha perso parte della sua originalità. Un compito in classe svolto bene ma che non ha moltissima anima.

Angeli e uomini di Cecilia Randall : *** Dopo quello di Baccalario questo è il racconto che mi è piaciuto di più. Chiaro nell'andamento, ben ritmato e capace di reggere, sul finale, le aspettative create. Bella l'atmosfera e accattivante il personaggio pricapale, la misteriosa e spietata Lily.

Foresta Perduta di Eagle Rizzo: * scontato e un pò monotono nel linguaggio e nel ritmo anche se è l'unico racconto davvero a lieto fine tra tutti e con un accenno di romanticismo.

Redenzione di Antonia Romagnoli : * Vale quanto detto per Clun: un pò troppo freddo e prolisso come racconto. NOn mi ha preso :(

Saint Vicious di Luca Tarenzi: *** Pure questo mi è discretamente piaciuto. Oddio, il tema affrontato non è che sia dei più originali, ma quantomeno il racconto non è autoreferenziale e ha un messaggio di fondo che in altri non s'è proprio visto. Mi ha divertito e mi ha mostrato qualcosa di diverso rispetto agli altri racconti.

L'inizio di ogni fine e la fine di ogni inizio di Luca Azzolini : ** Avevano l'ingrato compito di aprire e chiudere l'antologia quindi è difficile esprimere un giudizio. Il racconto di apertura non è male per nulla, ma quello di chiusura è un pò troppo vago. Non sono neppure certa che sia riuscito efficacemente a chiudere il libro...


Ah, dimenticavo. L'introduzione di Altieri, l'autore della Trilogia di Magdeburg. Domanda: ma voi l'avete capita??? Ora, di certo sono ignorante io, ma a un certo punto il delirio citazionale e autoreferenziale del buon Altieri mi ha dato alla testa e non ho capito che ci azzeccasse Sanctuary in questo sfoggio di sè.


mercoledì 1 luglio 2009

Toc toc...


Più di un mese che non aggiorno il blog, riuscirò a riprendere il ritmo? Non lo so. Certo sarebbe utile riprendere a leggere con maggiore assiduità visto che in tutto questo tempo ho letto SOLO due libri!!! Pazzesco!! Si tratta di Estasia 3 di Francesco Falconi e di Sanctuary di Azzolini e soci.
Due letture molto piacevoli, sebbene profondamente diverse.

Ora sono alle prese con La Valle degli Eroi di Jonathan Stroud e ho comprato anche Coraline di Gaiman. Ci credete che non sono morta fulminata nel toccare la copertina di quest'ultimo?? Ora non resta che leggerlo e poi, perchè no, passare al film.

Non avrò letto molto ma, in compenso, mi son gustata le tre serie di Battlestar Galactica, telefilm di fantascienza remake e aggiornamento della serie Galactica del 1978. Che dire: ringrazio Tanabrus, e altri, che me l'hanno fatto scoprire! E' una serie sorprendente, per trama, per ritmo, per temi e per regia. Se riesco ne parlerò più diffusamente ma prima vorrei gustarmi la quarta e ultima serie (già solo QUATTRO serie, non è fantastico??) in arrivo su questo pc anche se con i sottotitoli.... :)

Oh, per ora è tutto ma io ci sono, ah se ci sono!


mercoledì 20 maggio 2009

Ragazze Lupo- Recensione?


Era un pò di tempo che volevo leggere questo libro, da quando lo avevo visto comparire sugli scaffali delle librerie e dopo averne letto qualche commento in rete.
Solo che forse, nella fretta, nn devo aver letto attentamente le recensioni in questione, perchè non avevo miimamente intuito che Ragazze Lupo di Martin Millar fosse un libro ironico, un pò da presa in giro dei clichè del fantastico in chiave licantropa.
E non avendo compreso questo dettaglio, potete ben immaginare come io abbia vissuto le avventure di una manica di licantropi modaioli, dipendenti dal laudano, depressi, rockettari e poi orde di fate fissate con i tacchi a spillo o con gli anfibi e amenità di questo tipo... male, l'ho vissuta molto male!

Dalla quarta di copertina: Kalix ha diciassette anni ed è una ragazza ribelle, una ragazza lupo. Ricchissima e nobile, ultima discendente della più antica dinastia di licantropi scozzesi, i MacRinnalch, ha trasgredito le regole della famiglia innamorandosi di Gawain, giovane lupo mannaro di umili origini, e adesso si nasconde, inseguita dai sicari, tra le strade di Londra. Vestita di stracci e magrissima ai limiti dell'anoressia, per tenersi su sorseggia del laudano da cui ormai è dipendente. Certa di aver tagliato per sempre i ponti con la sua famiglia, Kalix si troverà suo malgrado coinvolta nella lotta per la successione alla reggia dei MacRinnalch, circondata da una serie di personaggi stravaganti: sua sorella, una stilista di tendenza dotata di poteri magici, le cugine, dissolute musiciste della scena punk londinese, e due giovani umani, studenti universitari, che si prenderanno cura di lei, ammaliati fin dal primo istante da questa creatura straordinaria. Ambiziosi, romantici e ribelli, i giovani licantropi di Martin Millar si muovono con scaltrezza in una società contemporanea, ricca di conflitti, e proprio come i ragazzi di oggi dimostrano di aver capito il valore assoluto dell'amicizia e della solidarietà oltre ogni altra cosa.

Ora, a parte il mio piccolo problema iniziale, quello che non mi è piaciuto del libro è che, pur ammettendo che si tratti di un libro che ispiri all'ironia, evidentemente Millar usa una tecnica a me sconosciuta perchè, personalmente, non l'ho capita. O forse è mancanza di senso dell'umorismo, potrebbe essere...
Sta di fatto che il libro, che si prende molto sul serio per essere un testo giocoso, non ingrana mai davvero. Si è sempre nell'attesa che qualcosa di sensato accada, e fidatevi che ci ho sperato con tutta me stessa. Fino all'ultima pagina che ha definitivamente messo una pietra sopra le mie speranze.
Il libro mi è risultato irritante, non in grado di suscitare ilarità, figuriamoci una qualche emozione. I personaggi "macchietta", dalla fata potentissima fissata col guardaroba, all'erede licantropo dalle tendenze drag queen, la licantropa darkettona depressa con manie suicide (si tagliuzzava quando le finiva il laudano) onestamente non fanno ridere, fanno un pò pena.
Anche perchè Millar non ha una grande varietà di soluzioni per definire lo spessore di questa manica di matti, anzi, ripete ossessivamente sempre le stesse frasi quando parla di loro, e la psicologia non sa neppure cosa sia.
E che dire della trama?? Effettivamente, qual è il nocciolo della trama? Per buona parte del libro si ha l'impressione che tutto dipenda da Kalix, la depressa, ma poi in realtà il nodo della storia è più complesso e il fatto che per 100 pagine Millar ci ha torturati con la "specialità" di Kalix in tutta la vicenda, non aiuta ad accettare meglio il cambio di prospettiva. Perchè poi, che ruolo eccezionale gioca lei???
Millar rimane sempre in bilico tra estrema "presa sul serio" della storia ed estrema leggerezza con una inevitabile mancanza di identità precisa: che libro è Ragazze Lupo? Un testo che ironizza sul genere come Pratchett?? Magari! Pratchett è coerente e tiene lo stesso registro per tutti il libro mentre Millar no. A tratti crede, e vuol fare credere, di essere alle prese con un testo d'azione a tratti un pò drammatico, altre volte si sposta su una leggerezza davvero inconciliabile col resto.
Registri diversi, quindi, che non permettono di inquadrare l'identità di questo libro. E, personalmente, se non capisco con cosa ho a che fare, non riesco ad apprezzarlo.
Altra nota ingannevole, secondo me: la copertina. Bellissima, evoca mistero, atmosfere gotiche e segreti da svelare. Ma non era meglio una copertina un pò meno "che se la tira", visto che dentro non c'è l'ombra di quegli elementi lì???

Vabbè, credo di aver detto tutto :P
Ah no, ancora una cosa, sto leggendo in questi giorni Estasia 3...

lunedì 18 maggio 2009

Il Silenzio di Lenth- recensione


Sono mesi un pò turbolenti in cui ho scoperto una cosa terribile: non sono più multitasking!!! Non so nè come nè dove io abbia smarrito la capacità tutta femminile di fare 200 cose insieme, ora mi trovo a non riuscire nemmeno a concialiare le ore di lavoro con il tempo per un buon libro!! Tempo un anno e sarò come i maschietti: una cosa per volta, plis, sennò mi perdo i pezzi...
Vabbè, battute sceme a parte, ho fatto un sacco di cose fantasy in questo periodo e spero davvero di riuscire a recuperare il tempo perduto, prima o poi. Io mi impegnerò, promesso!
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Una delle cose che sono riuscita a fare, complice le ore passate sui mezzi pubblici e complice la gradevole lettura, è iniziare e finire l'opera prima di Luca Centi Pizzutilli che i frequentatori di questo blog conoscono come LucaCp. Considero Luca un amico e questo rende il mio punto di vista sicuramente di parte ma l'obiettività, caro Luca, Mirtilla non la perde nemmeno in questa occasione, quindi... siediti e stai tranquillo!!

La storia come da quarta di copertina:
Sono passate ore da quando Hertha del clan Fyerno e Kaas, il Sommo Sacerdote di Lenth, hanno intrapreso quel sentiero scosceso. La fatica li ha quasi sopraffatti; non possono permettersi di restare in quel luogo, quello è l'Esterno, abitato da creature malefiche contro cui i loro incantesimi non possono nulla. Sulla via del ritorno, però, hanno sentito in lontananza il pianto di un neonato e sono accorsi a salvarlo. Per Hertha, che fin da giovane non ha dimostrato di possedere le doti per diventare mago, il segno sulla fronte del piccolo non è che una macchia scura, ma Kaas lo ha subito riconosciuto: quello è un frigie, un simbolo magico, e il neonato è l'Eletto, l'incarnazione di Kexan, il dio che lui e la sua gente hanno temuto e odiato, e che pensavano sconfitto per sempre. Dopo aver fatto ritorno al villaggio, il Sommo Sacerdote mostra il fanciullo ai dieci del Consiglio Dominante e tutti si mostrano sconcertati e impauriti. Il bambino-dio deve essere eliminato. Ma grazie a uno stratagemma Kaas riesce a mantenere in vita il piccolo, a cui ha dato il nome Windaw. Una visione notturna, infatti, gli ha mostrato l'imminente invasione delle loro terre per mano dei terribili stregoni di Tarass, che solo la forza divina dell'Eletto può fermare. Sarà lui a custodire la Pietra Alchemica che i malvagi stanno cercando e a riportare la pace e il silenzio nella verde Terra di Lenth.

In verità questa quarta di copertina non è proprio esaustiva, perchè la storia non parte da Lenth e fidatevi che non è un dettaglio di poco conto e perchè, per come appare da qui, si tratta della solita storiella col fanciullo dal nobile destino scritto nelle profezie che, in un momento della sua vita coincidente col passaggio dalla fanciullezza all'età adulta, si imbarca nell'impresa della sua vita con l'amata al fianco.
Bhè, è vero che una profezia c'è, è vero che un destino molto particolare per il protagonista Windaw c'è, ed è pure vero che l'età adulta arriverà con forza traumatica nella vita di Windaw. Ma il libro offre degli spunti molto interessanti pur partendo da un sostrato fantasy già noto.

Cosa mi è piaciuto del libro? Il Silenzio di Lenth mi ha dato subito l'impressione di un romanzo con un chiaro
obiettivo in testa: l'autore sa precisamente dove andare a parare e fa in modo di condurci precisamente dove vuole lui. Ciò influisce anche col ritmo complessivo del libro che, tolta una prima parte un pò convulsa di cui dirò poi, scorre bene in un'alternanza di punti di vista e di situazioni che contribuisce a coinvolgere il lettore.
Il pregio del Silenzio è il porre molta cura alla trama, ovviamente, ma anche al tratteggio dell'ambientazione, della cultura di Lenth, con quel sistema di valori e di "credenze" che influiscono pesantemente sull'agire delle persone e che determinano conseguenze importanti nella gestione complessiva di un intreccio. Centi attinge a piene mani alle caratteristiche di genere (ma perchè li chiami maghi se sono più sacerdoti che maghi??), ma riesce a mescolare il tutto creando una trama originale con un intreccio capace di rovesciare, nel finale, tutto quello che si dava per assodato, e capace, soprattutto, di tenere alta l'attenzione del lettore.

Mi è piaciuto molto, inoltre, il modo di intendere la divinità. Di dei nei libri fantasy e fantastici ce n'è sempre una varietà estremamente variegata, da quelli che non interferiscono ma sono presenti nella cultura del popolo, quelli che forse ci sono forse no, quelli che usano la razza umana come terreno di scontro... e a Lenth ci sono anche quelli che fanno ben di peggio, e non dico altro sennò spoilero! E poi lo stile, bello asciutto e non troppo arzigogolato, precisamente come piace a me!
Oh, ma allora è perfetto questo libro?

Bhè no, a mio parere su qualcosa il Silenzio di Lenth un pò scivola.

La parte iniziale, ad esempio, diciamo le prime 50-60 pagine, sono molto convulse poichè giocate in rapidissima successione, sull'alternarsi del sonno veglia, realtà-sogno, di ben 4 personaggi. Devo ammettere che in certi passaggi per capire se si trattasse di sogni o eventi reali, ho dovuto rileggere. Forse, come apertura di un libro, per non far confondere il lettore o peggio, per non farlo scoraggiare, avrei optato per uno svolgimento narrativo meno sincopato. Ma si tratta di un gusto mio, eh.
Altro nodo, la caratterizzazione, anche psicologica, dei personaggi. Ho avuto spesso l'impressione che l'autore usasse i personaggi per mandare avanti la storia, preponendo lo svolgimento della vicenda ai suoi attori. Con molta dell'attenzione messa sulla trama e sulla sua coerenza, i personaggi sono "scivolati" in secondo piano, tanto che emotivamente parlando essi non mi hanno coinvolto moltissimo, certo non al pari dal coinvolgimento che è stato capace di creare l'autore a livello di storia. Persino le morti, non poche, che costellano il libro, mi sono apparse "mali necessari" da archiviare per andare avanti e al di là di un pò di sconcerto per la prematura dipartita, non è che ci sia stato altro.

Insomma, lo consiglio o no questo libro? Ovviamente si! C'è un pò di fantasy classica, c'è l'avventura, c'è il mistero, c'è l'essere umano alle prese con il disvelamento del sè e del proprio ruolo nel destino del mondo, e, soprattutto, c'è una vera ambientazione che non è sempre così scontata come cosa. E' un libro di esordio e, come tale, qualche ingenuità ce l'ha (vedi sopra) ma, nel complesso, è una lettura che avvince , che tiene alto l'interesse del lettore, e che dimostra come elementi ricorrenti di genere non portino inevitabilmente verso storie che si somigliano tutte.
A mio modesto parere, Il silenzio di Lenth si colloca molto meglio di decine di altri titoli d'esordio nel panorama del giovane fantasy nostrano. Ora non vi resta che provare così mi dite cosa ne pensate!