mercoledì 20 maggio 2009

Ragazze Lupo- Recensione?


Era un pò di tempo che volevo leggere questo libro, da quando lo avevo visto comparire sugli scaffali delle librerie e dopo averne letto qualche commento in rete.
Solo che forse, nella fretta, nn devo aver letto attentamente le recensioni in questione, perchè non avevo miimamente intuito che Ragazze Lupo di Martin Millar fosse un libro ironico, un pò da presa in giro dei clichè del fantastico in chiave licantropa.
E non avendo compreso questo dettaglio, potete ben immaginare come io abbia vissuto le avventure di una manica di licantropi modaioli, dipendenti dal laudano, depressi, rockettari e poi orde di fate fissate con i tacchi a spillo o con gli anfibi e amenità di questo tipo... male, l'ho vissuta molto male!

Dalla quarta di copertina: Kalix ha diciassette anni ed è una ragazza ribelle, una ragazza lupo. Ricchissima e nobile, ultima discendente della più antica dinastia di licantropi scozzesi, i MacRinnalch, ha trasgredito le regole della famiglia innamorandosi di Gawain, giovane lupo mannaro di umili origini, e adesso si nasconde, inseguita dai sicari, tra le strade di Londra. Vestita di stracci e magrissima ai limiti dell'anoressia, per tenersi su sorseggia del laudano da cui ormai è dipendente. Certa di aver tagliato per sempre i ponti con la sua famiglia, Kalix si troverà suo malgrado coinvolta nella lotta per la successione alla reggia dei MacRinnalch, circondata da una serie di personaggi stravaganti: sua sorella, una stilista di tendenza dotata di poteri magici, le cugine, dissolute musiciste della scena punk londinese, e due giovani umani, studenti universitari, che si prenderanno cura di lei, ammaliati fin dal primo istante da questa creatura straordinaria. Ambiziosi, romantici e ribelli, i giovani licantropi di Martin Millar si muovono con scaltrezza in una società contemporanea, ricca di conflitti, e proprio come i ragazzi di oggi dimostrano di aver capito il valore assoluto dell'amicizia e della solidarietà oltre ogni altra cosa.

Ora, a parte il mio piccolo problema iniziale, quello che non mi è piaciuto del libro è che, pur ammettendo che si tratti di un libro che ispiri all'ironia, evidentemente Millar usa una tecnica a me sconosciuta perchè, personalmente, non l'ho capita. O forse è mancanza di senso dell'umorismo, potrebbe essere...
Sta di fatto che il libro, che si prende molto sul serio per essere un testo giocoso, non ingrana mai davvero. Si è sempre nell'attesa che qualcosa di sensato accada, e fidatevi che ci ho sperato con tutta me stessa. Fino all'ultima pagina che ha definitivamente messo una pietra sopra le mie speranze.
Il libro mi è risultato irritante, non in grado di suscitare ilarità, figuriamoci una qualche emozione. I personaggi "macchietta", dalla fata potentissima fissata col guardaroba, all'erede licantropo dalle tendenze drag queen, la licantropa darkettona depressa con manie suicide (si tagliuzzava quando le finiva il laudano) onestamente non fanno ridere, fanno un pò pena.
Anche perchè Millar non ha una grande varietà di soluzioni per definire lo spessore di questa manica di matti, anzi, ripete ossessivamente sempre le stesse frasi quando parla di loro, e la psicologia non sa neppure cosa sia.
E che dire della trama?? Effettivamente, qual è il nocciolo della trama? Per buona parte del libro si ha l'impressione che tutto dipenda da Kalix, la depressa, ma poi in realtà il nodo della storia è più complesso e il fatto che per 100 pagine Millar ci ha torturati con la "specialità" di Kalix in tutta la vicenda, non aiuta ad accettare meglio il cambio di prospettiva. Perchè poi, che ruolo eccezionale gioca lei???
Millar rimane sempre in bilico tra estrema "presa sul serio" della storia ed estrema leggerezza con una inevitabile mancanza di identità precisa: che libro è Ragazze Lupo? Un testo che ironizza sul genere come Pratchett?? Magari! Pratchett è coerente e tiene lo stesso registro per tutti il libro mentre Millar no. A tratti crede, e vuol fare credere, di essere alle prese con un testo d'azione a tratti un pò drammatico, altre volte si sposta su una leggerezza davvero inconciliabile col resto.
Registri diversi, quindi, che non permettono di inquadrare l'identità di questo libro. E, personalmente, se non capisco con cosa ho a che fare, non riesco ad apprezzarlo.
Altra nota ingannevole, secondo me: la copertina. Bellissima, evoca mistero, atmosfere gotiche e segreti da svelare. Ma non era meglio una copertina un pò meno "che se la tira", visto che dentro non c'è l'ombra di quegli elementi lì???

Vabbè, credo di aver detto tutto :P
Ah no, ancora una cosa, sto leggendo in questi giorni Estasia 3...

lunedì 18 maggio 2009

Il Silenzio di Lenth- recensione


Sono mesi un pò turbolenti in cui ho scoperto una cosa terribile: non sono più multitasking!!! Non so nè come nè dove io abbia smarrito la capacità tutta femminile di fare 200 cose insieme, ora mi trovo a non riuscire nemmeno a concialiare le ore di lavoro con il tempo per un buon libro!! Tempo un anno e sarò come i maschietti: una cosa per volta, plis, sennò mi perdo i pezzi...
Vabbè, battute sceme a parte, ho fatto un sacco di cose fantasy in questo periodo e spero davvero di riuscire a recuperare il tempo perduto, prima o poi. Io mi impegnerò, promesso!
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Una delle cose che sono riuscita a fare, complice le ore passate sui mezzi pubblici e complice la gradevole lettura, è iniziare e finire l'opera prima di Luca Centi Pizzutilli che i frequentatori di questo blog conoscono come LucaCp. Considero Luca un amico e questo rende il mio punto di vista sicuramente di parte ma l'obiettività, caro Luca, Mirtilla non la perde nemmeno in questa occasione, quindi... siediti e stai tranquillo!!

La storia come da quarta di copertina:
Sono passate ore da quando Hertha del clan Fyerno e Kaas, il Sommo Sacerdote di Lenth, hanno intrapreso quel sentiero scosceso. La fatica li ha quasi sopraffatti; non possono permettersi di restare in quel luogo, quello è l'Esterno, abitato da creature malefiche contro cui i loro incantesimi non possono nulla. Sulla via del ritorno, però, hanno sentito in lontananza il pianto di un neonato e sono accorsi a salvarlo. Per Hertha, che fin da giovane non ha dimostrato di possedere le doti per diventare mago, il segno sulla fronte del piccolo non è che una macchia scura, ma Kaas lo ha subito riconosciuto: quello è un frigie, un simbolo magico, e il neonato è l'Eletto, l'incarnazione di Kexan, il dio che lui e la sua gente hanno temuto e odiato, e che pensavano sconfitto per sempre. Dopo aver fatto ritorno al villaggio, il Sommo Sacerdote mostra il fanciullo ai dieci del Consiglio Dominante e tutti si mostrano sconcertati e impauriti. Il bambino-dio deve essere eliminato. Ma grazie a uno stratagemma Kaas riesce a mantenere in vita il piccolo, a cui ha dato il nome Windaw. Una visione notturna, infatti, gli ha mostrato l'imminente invasione delle loro terre per mano dei terribili stregoni di Tarass, che solo la forza divina dell'Eletto può fermare. Sarà lui a custodire la Pietra Alchemica che i malvagi stanno cercando e a riportare la pace e il silenzio nella verde Terra di Lenth.

In verità questa quarta di copertina non è proprio esaustiva, perchè la storia non parte da Lenth e fidatevi che non è un dettaglio di poco conto e perchè, per come appare da qui, si tratta della solita storiella col fanciullo dal nobile destino scritto nelle profezie che, in un momento della sua vita coincidente col passaggio dalla fanciullezza all'età adulta, si imbarca nell'impresa della sua vita con l'amata al fianco.
Bhè, è vero che una profezia c'è, è vero che un destino molto particolare per il protagonista Windaw c'è, ed è pure vero che l'età adulta arriverà con forza traumatica nella vita di Windaw. Ma il libro offre degli spunti molto interessanti pur partendo da un sostrato fantasy già noto.

Cosa mi è piaciuto del libro? Il Silenzio di Lenth mi ha dato subito l'impressione di un romanzo con un chiaro
obiettivo in testa: l'autore sa precisamente dove andare a parare e fa in modo di condurci precisamente dove vuole lui. Ciò influisce anche col ritmo complessivo del libro che, tolta una prima parte un pò convulsa di cui dirò poi, scorre bene in un'alternanza di punti di vista e di situazioni che contribuisce a coinvolgere il lettore.
Il pregio del Silenzio è il porre molta cura alla trama, ovviamente, ma anche al tratteggio dell'ambientazione, della cultura di Lenth, con quel sistema di valori e di "credenze" che influiscono pesantemente sull'agire delle persone e che determinano conseguenze importanti nella gestione complessiva di un intreccio. Centi attinge a piene mani alle caratteristiche di genere (ma perchè li chiami maghi se sono più sacerdoti che maghi??), ma riesce a mescolare il tutto creando una trama originale con un intreccio capace di rovesciare, nel finale, tutto quello che si dava per assodato, e capace, soprattutto, di tenere alta l'attenzione del lettore.

Mi è piaciuto molto, inoltre, il modo di intendere la divinità. Di dei nei libri fantasy e fantastici ce n'è sempre una varietà estremamente variegata, da quelli che non interferiscono ma sono presenti nella cultura del popolo, quelli che forse ci sono forse no, quelli che usano la razza umana come terreno di scontro... e a Lenth ci sono anche quelli che fanno ben di peggio, e non dico altro sennò spoilero! E poi lo stile, bello asciutto e non troppo arzigogolato, precisamente come piace a me!
Oh, ma allora è perfetto questo libro?

Bhè no, a mio parere su qualcosa il Silenzio di Lenth un pò scivola.

La parte iniziale, ad esempio, diciamo le prime 50-60 pagine, sono molto convulse poichè giocate in rapidissima successione, sull'alternarsi del sonno veglia, realtà-sogno, di ben 4 personaggi. Devo ammettere che in certi passaggi per capire se si trattasse di sogni o eventi reali, ho dovuto rileggere. Forse, come apertura di un libro, per non far confondere il lettore o peggio, per non farlo scoraggiare, avrei optato per uno svolgimento narrativo meno sincopato. Ma si tratta di un gusto mio, eh.
Altro nodo, la caratterizzazione, anche psicologica, dei personaggi. Ho avuto spesso l'impressione che l'autore usasse i personaggi per mandare avanti la storia, preponendo lo svolgimento della vicenda ai suoi attori. Con molta dell'attenzione messa sulla trama e sulla sua coerenza, i personaggi sono "scivolati" in secondo piano, tanto che emotivamente parlando essi non mi hanno coinvolto moltissimo, certo non al pari dal coinvolgimento che è stato capace di creare l'autore a livello di storia. Persino le morti, non poche, che costellano il libro, mi sono apparse "mali necessari" da archiviare per andare avanti e al di là di un pò di sconcerto per la prematura dipartita, non è che ci sia stato altro.

Insomma, lo consiglio o no questo libro? Ovviamente si! C'è un pò di fantasy classica, c'è l'avventura, c'è il mistero, c'è l'essere umano alle prese con il disvelamento del sè e del proprio ruolo nel destino del mondo, e, soprattutto, c'è una vera ambientazione che non è sempre così scontata come cosa. E' un libro di esordio e, come tale, qualche ingenuità ce l'ha (vedi sopra) ma, nel complesso, è una lettura che avvince , che tiene alto l'interesse del lettore, e che dimostra come elementi ricorrenti di genere non portino inevitabilmente verso storie che si somigliano tutte.
A mio modesto parere, Il silenzio di Lenth si colloca molto meglio di decine di altri titoli d'esordio nel panorama del giovane fantasy nostrano. Ora non vi resta che provare così mi dite cosa ne pensate!

martedì 7 aprile 2009

Quando la terra d'Abruzzo trema


Alle 19.45 di oggi, anche i nervi di Mirtilla hanno ceduto sotto l'ennesimo colpo di terremoto. Qui a Roma continuiamo a sentire echi di ciò che accade a L'Aquila e dintorni però per me che sono abruzzese la cosa si fa un pò più complicata. Ok casa mia è a posto, i miei sono al sicuro in una zona non colpita, almeno per ora, eppure... è che noi abruzzesi non ci siamo abituati a vedere il nome della nostra regione su ogni tiggì. Non siamo abituati a sentirci chiamare, indicare o soccorrere.

Da noi non succede mai nulla di eclatante (a parte i consigli regionali che si dimettono per corruzione ma, tant'è, è pur sempre Italia...), non abbiamo una mafia con nome e cognome, da noi non si fanno i G8, da noi non sbarcano centinaia di migliaia di immigrati, da noi ci sono le manifestazioni nazionali dei sindacati, e da noi manco la monnezza si accumula (per fortuna, eh).
In Abruzzo si viene per mangiare la porchetta (non me ne voglia Ariccia ma diciamolo, la nostra vince su tutti i fronti...), gli arrosticini, il pesce e per il vino rosso; si viene per il mare e per la montagna, per la neve e per i piccoli borghi medievali. Una volta qualcuno ci venne a girare un film fantasy: Lady Hawke a Rocca Calascio.
In Abruzzo si viene per visitare i parchi e vedere l'orso marsicano, per visitare le chiese e per passare qualche ora con gente gioviale e accogliente.

Siamo taciturni noi abruzzesi a volte anche un pò scostanti, ma abbiamo il cuore tenero. Siamo come la pietra della Majella, che è bianca e porosa e morbida. Eppure sta lì da migliaia di anni, nulla la scalfisce, nulla la rovina. Noi siamo così, gentili ma solidi, riservati ma generosi.

Questa sciagura la viviamo così con incredulità e rassegnazione, forse anche con un sorriso amaro sulle labbra: non succede mai nulla da noi, a malapena gli italiani sanno distinguere il Molise dall'Abruzzo, e guarda un pò per cosa tocca farci conoscere! Adesso lo sanno tutti, dove stiamo.

Non ci siamo abituati, ai riflettori, alle grandi tragedie o ai grandi fasti. Non siamo abituati al clamore della morte, ai gridi di dolore della nostra gente. Non ci capita tanto spesso di ascoltare il nostro dialetto in tv raccontare di sofferenza e desolazione. Non ci siamo abituati, IO non ci sono abituata. E non mi ci abituerò mai.
Finirà, chissà quando e chissà come, ma finirà. E allora ci rimboccheremo le maniche e faremo quello che sappiamo fare meglio da abruzzesi e da italiani: guardare la montagna che abbiamo di fronte, e iniziare lentamente e inesorabilmente, a scalarla. Verso la vetta.

lunedì 23 marzo 2009

Watchmen film- commento


Finalmente, dopo settimane di imprevisti e impegni vari, ieri sera io e Rob siamo andati al cinema a vedere Watchmen. Ora, che io mi impelaghi in una recensione sull'adattamenti cinematografico della mitica grafic novel di Moore, mi sembra quantomeno complicato visto che il fumetto non l'ho letto, e pure l'avessi fatto, non sono una grande esperta in materia. Eppoi c'è chi ha detto molto meglio di me cos' ha di bello, di brutto e di diverso il film rispetto al fumetto, trovate qui e qui un paio di esempi.

E io che posso fare? Dall'alto del mio digiuno fumettistico, posso semplicemente dirvi che Watchmen film, a 24 ore di distanza, non me lo sono ancora levato dalla testa. E' come essersi tuffati per qualche istante in una visione del mondo e della complessità dell'esistenza talmente tanto oltre, che faccio fatica a riallinearmi con la realtà (no, non sono Miss Manhattan, tranquilli).

Sapevo che si trattava di una storia complessa, spacciata per essere molto supereroica ma, come da buona tradizione mooriana, in realtà molto più sfaccettata di quanto si possa immaginare.
Ammetto di essere rimasta spiazzata per quanto questa sfaccettatura fosse destabilizzante e coinvolgente. Ma questo è merito di Moore, non certo del buon Snyder, regista del film. Merito di Moore è di aver avuto molti anni fa, la capacità di parlare all'uomo dell'uomo attraverso la metafora dei supereroi, la capacità di indagare così bene la psiche dei personaggi, da averli resi ben oltre l'eroismo. Grandioso il modo con cui i "supereroi" di Moore, lottano e vivono a cavallo tra il bene e il male, perfettamente consci dei meccanismi, delle debolezze e della forza, dell'agire sociale umano. Ma come usano tutto questo? Pro o contro gli uomini? Difficile dirlo.

Ok, ma il film? Personalmente mi è piaciuto molto. Buono il ritmo, convincentissimi gli attori (spec. il Comico!!), colonna sonora assurda e molto accattivanti, ma senza strafare più del lecito, gli effetti speciali. So che la pellicola è praticamente la trasposizione del fumetto, con tanto di lotti di dialoghi letteralmente copia incollati, come pure certe inquadrature (un pò come accadeva in 300, sempre di Snyder), ma non so valutare quanto la cosa sia infastidente non avendo letto il fumetto. A volte si è accusato il regista di poco coraggio, di poca personalizzazione, ma... Adattare per il cinema un fumetto così complesso, e tra l'altro oggetto di reale fanatismo da parte di molti, non è facilissimo. La tentazione di replicare testi e immagini di un'opera che già di per sè è molto visiva (non come un libro...), e poi visiva a livelli molto alti, è assolutamente normale. Non è piaggeria o mancanza di coraggio, è riconoscere l'estrema e innata cinematograficità di certi fumetti che non hanno alcun bisogno di essere stravolti.
Ma le mie sono illazioni, concedele a una povera ignorante ^__^'

Certamente è un film lungo, molto lungo, certamente gli avanti e indietro temporali mi stavano facendo venire il mal di testa, ma nel complesso vedere il film è stata un'esperienza estremamente particolare. Quando leggerò il fumetto (che, a occhio e croce, sarà il mio primo fumetto visto che non ho mai letto manco Topolino), capirò se davvero l'ho vissuta tutta, o se manca ancora qualcosa.

Infine, ringrazio pubblicamente il pubblico che sedeva al Vis Pathè di Roma est, spettacolo delle 17.50: nessuno si è alzato per andare via, nessuno ha riso, nessuno ha bestemmiato ma tutti si sono sciroppati il film (proiettato senza manco una pausa!!!), senza infastidire nessuno. Dopo i racconti di molti amici funestati dalla presenza di maleducati che pensavano di stare a guardare il classico film a base di voli, risate e scazzottate supereroiche, io nutrivo una certa ansia.
Ma per fortuna mi è andata bene!!

giovedì 19 marzo 2009

Rece si, rece no


Vi siete mai chiesti se ad amare/odiare un libro, siate soli nell'universo? Siete curiosi di sapere quanto il vostro parere sia condiviso oppure no? E' possibile captare l'opinione comune su un libro, attraverso i giudizi alla recensioni???

Ecco, se siete come me, sfrugugliare su anobii alla ricerca di come sono stati votati i vostri commenti ai libri, con pollice su o pollice giù, diventa un passatempo molto divertente.

Mi sono accorta solo oggi che anobii ha reso più chiara una simpatica funzione che permette di vedere quanti voti negativi e positivi hanno ricevuto i commenti dei libri in libreria.
La cosa non ha valore statistico, ok, ma qualche curiosità carina, emerge. Impossibile interpretare il dato perchè manca una condizione fondamentale, ovvero sapere in base a cosa è stato espresso un giudizio, se sulla adeguatezza e completezza della rece in sè, o su quanto quella rece sia in accordo o disaccordo col parere dell'utente ma di cose simpatiche saltano fuori. Ho preso qualche esempio, sono i libri più votati.

Gli inganni di Locke Lamora 10 : 10 sì, 0 no
Wow, gli Inganni hanno riscosso un sacco di successo. Considerando che la mia rece non era semplicemente positiva, ma era ENTUSIASTA, ne deduco che ci sono moltissimi entusiasti del capitolo primo di Locke.

Pan 7: 9 sì, 2 no
Anche qui, la rece era abbastanza favorevole e in molti pare ci si siano ritrovati. Mi piacerebbe sapere se i due voti negativi siano stati attribuiti alla parte più pro o più contro, della stessa.

I dannati di Malva 15 : 19 sì, 4 no
Qui è facile. La mia rece era negativa e quindi chi le ha dato pollice su, vuol dire che la pensava esattamente come me. Mica pochi, eh!

Il nome del vento 4 : 4 sì, 0 no
Qui pure è agevole. L'opera prima di Rothfuss, sebbene i numeri dei suoi fan italici nn siano probabilmente tanti quanti quelli di altri autori, segna un plebiscito a favore di Kvothe.

A me le guardie! -3 :0 sì, 3 no
Io Pratchett lo detesto quindi il mio stringatissimo parere negativo, non ha incontrato il favore di chi vi è incappato. Avevo messo in conto che potessero essere di più, mi è andata bene!

La prescelta e l'erede -2 : 2 sì, 4 no
Me lo aspettavo. La rece metteva a confronto questo libro con il primo e, a mio parere, non c'è paragone. I fan della Carey non sono d'accordo...

Estasia1 3 : 9 sì, 6 no
Il mio commento non era positivo e in molti la pensano come me, ma molti altri hanno apprezzato di quell'opera proprio quello che a me non andava giù. E i voti rispecchiano bene la cosa.

Ora le interpretazioni più complicate, fatalità su autori italiani molto amati.

Prodigium 4 : 10 sì, 6 no
La rece era alla fine equilibrata, con focus sui punti a mio parere positivi e sui punti negativi. Difficile capire quei 6 no. Fondamentalmente il parere era favorevole, quindi, se il voto è stato dato al "senso complessivo" della rece, allora la mia opinione non è condivisa e nei lettori prevale l'accento sulle cose negative.

La Ragazza Drago 1 :6 sì, 5 no
Stesso dicasi per la Ragazza Drago. Rece equilibrata ma tutto sommato positiva. Ne deduco che la mia visione non sia stata precisamente apprezzata....

Estasia2 -3 :4 sì, 7 no
Rece tutto sommato equilibrata ma positiva e anche qui, decisamente stroncata! Ma piace o no questo libro??

Ok, cosa ne traggo da 'sta cosa??

In realtà poco o nulla, perchè, come ho già detto, mancano premesse interpretative fondamentali.
Però una cosa è chiara: le nostre librerie virtuali replicano uno spaccato del sentire condiviso della comunità.
Non è un caso che le recensioni numericamente più controverse siano su libri di autori italici. Il fantasy nostrano è un'esperienza recente che suscita animati dibattiti sulla sua qualità, mentre la produzione estera, più matura e pure più varia, suscita pareri più netti, pro o contro. Più o meno quello che accade nella mia libreria...

Sul fronte più propriamente recensorio, scorrendo anche gli altri voti conseguiti, mi accorgo che le rece più chiaramente "schierate" pro o contro, sono quelle maggiormente votate, mentre quelle equilibrate non riscuotono molti voti, e se si, c'è sempre un testa a testa.
Probabilmente c'è del vero in questo atteggiamento: se un lettore cerca opinioni che confermino o scoraggino un'intenzione di lettura, ha bisogno di una rece chiara, senza troppi giri di parole (praticamente sono logorroica!!)

E le vostre librerie come stanno messe? Riscontrate voti inattesi?? Rispecchiano l'atmosfera che avvertite attorno a certi libri oppure no?

martedì 17 marzo 2009

Wunderkind-- Recensione


Scusate l’assenza, me lo sentirete dire spesso da qui in avanti.
Dunque, su consiglio di Stefano, in questi giorni ho letto Wunderkind, opera prima di un giovane, ma non troppo (è mio coetaneo, eh), autore italiano, tale D’Andrea G.L.
Premetto che non è precisamente il mio genere, perché il libro è la classica mescolanza tra elementi fantastici, gotici e dell’orrore che non riesce sempre a prendermi del tutto, ma devo dire che sono rimasta piacevolmente colpita dalla novità rappresentata da Wunderkind quanto a creazione di ambientazione, atmosfera e coinvolgimento.
Intendiamoci, non mi sento di gridare al miracolo semplicemente perché si tratta di un libro con spunti notevolissimi che emerge in un mare non troppo popoloso quanto a concorrenza italica. E così è troppo facile, no?

Questa è la quarta di copertina:
Parigi, autunno. È una lucida moneta d'argento a sconvolgere la vita di Caius Strauss. Perché è il dono di un orribile uomo dalla faccia di luna, e perché di lei è impossibile liberarsi: gettata nella Senna o sepolta tra i rifiuti, la lucida moneta d'argento torna sempre. La moneta è lo strumento con cui il male scritto nel destino di Caius ha scelto di manifestarsi, e la chiave per accedere al Dent de Nuit, il quartiere che nessuna mappa ha mai segnalato. Un mondo di tenebra in cui si annidano uomini dotati di un potere letale e luoghi misteriosi come la libreria Cartaferina, che vende oggetti capaci di realizzare desideri oscuri a prezzo del sangue. Nel cuore infetto di una Parigi lunare e apocalittica, una terribile rivelazione attende Caius: lui è il Wunderkind, il ragazzo per cui gli abitanti della città nascosta sono disposti a morire e l'uomo dalla faccia di luna è disposto a uccidere.

Condite il tutto con creature malvagie frutto di incubi di lovecraftiana e barkeriana memoria, con un’atmosfera trasudante corruzione e morte, con torture e rituali di violenza inaudita, e l’incubo è servito.

Mi ha colpito molto la visionarietà dell’ambientazione creata da D’Andrea, la sua capacità di concretizzare il male in figure e situazioni dalla perversione mostruosa, la sua capacità di dipingere un mondo che, fino alla fine, si muove su un delicato crinale in cui bene e male non esistono, in cui verità e falsità vanno a braccetto.
Parliamo sempre di lotta, intendiamoci, tra chi protegge il Wunderkind e tutto quello che si accompagna ad esso, e chi vorrebbe usarlo e distruggerlo, ma è una lotta che fino alla fine non palesa la sua identità. Si tratta del bene contro il male?O del male contro male? Quale delle combinazioni possibili rappresenta lo scontro di cui Caius è protagonista? Impossibile dirlo perché su cosa voglia dire essere il Wunderkind il libro non dà conto. Ed è questa indeterminatezza la chiave del libro, se vogliamo la sua delizia ma anche la sua croce.

La delizia. Se sapessimo cosa è davvero il Wunderkind (sappiamo cosa accade se compie una Permuta, ma nient’altro), il libro scivolerebbe verso il solito andamento: fanciullo dotato di talenti o di destino già scritto, impegnato con la presa di coscienza di cosa è/cosa deve fare, con un corollario di “aiutanti” più o meno limpidi. E invece… non sappiamo chi sia il Wunderkind e cosa lo renda così speciale quindi il libro guadagna un mistero e una tensione che lo svelamento, anche finale, avrebbe, forse, sciupato.

La croce. Perché, diciamocelo, grazie a questa bella furbata narrativa, l’autore ha driblato i problemi relativi alla gestione di una trama complessa, limitandosi a fare un’overview sull’ambientazione, sui personaggi e sulle torture. Dopo un libro intero, non sappiamo ancora che cosa sia il protagonista, che grave infrazione alla Legge abbia commesso facendo una Permuta, chi siano gli amici e i nemici, e praticamente il finale riporta all'inizio del libro. Come non sapevamo nulla all'inizo, così sappiamo poco e niente alla fine. Non è frustrante, eh, è solo che è come se nn avessi letto nulla che aiutasse a fare il punto della storia tanto è che, raccontando la trama a Rob, mi sono trovata in estrema difficoltà. Ripensando agli avvenimenti, cosa è davvero successo in questo libro? Un ragazzino è rimasto orfano, ha un destino particolare e qualcuno cerca di usarlo. Stop.
Per molti è questa originalità di fondo nella struttura narrativa, il vero pregio di Wunderkind, la vera chiave della genialità di D'Andrea.
Personalmente, per la lettrice che sono io, a me è sembrato di leggere il buon prologo di un promettente libro.... :P

Complessivamente la lettura è stata avvincente per l’atmosfera che D’Andrea è riuscito a ricreare, anche grazie a un lessico evocativo, ma peccato che, stringendo, lo svolgimento narrativo non sia stato proprio all’altezza.
Oh, magari poi è un problema di genere, e qui torna la mia non conoscenza approfondita di un genere assolutamente ibrido, più orientato all'horror, di cui Wunderkind è un esempio.

martedì 24 febbraio 2009

Martin 1.0


Leggo oggi su Fantasy Magazine che l'amato/odiato Martin sul suo blog ha fatto qualche precisazione in merito alle continue proteste dei fan sui tempi di scrittura di A Dance with Dragons, quinto volume della pachidermica saga delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco.

Essenzialmente Martin non ne vuole sapere di fare previsioni sulla data di conclusione e usicta del romanzo, semplicemente perchè non ha potere di preveggenza e rischia di sbagliare. Già in passato ha dato notizie rivelatesi inattendibili e, no, non ha mentito ai lettori, semplicemente si è sbagliato.
E' stanco di essere aggredito dai fan che, ad ogni data disattesa, protestano pubblicamente magari proprio sul blog e poi dice qualcosa riassumibile con questa frase:
"Non intende comunque entrare nello specifico, a suo giudizio parlare di un’opera nel corso della sua realizzazione non aiuta mai. L’arte non è una democrazia, e si tratta di problemi che deve risolvere lui stesso."

Ora, al di là della discutibilità di una simile affermazione, parlando in altra sede con Fed di questa notizia, ho maturato qualche considerazione:

a) gli autori che diventano famosi si dimenticano di quando i fan erano necessari e li fanno diventare un problema

b) che la professionalità è merce sempre più rara

c) che le mancanze vanno sempre gentilmente declinate

d) che forse chi non è pronto in rete a dialogare davvero, è meglio che non lo faccia

e) che troppo spesso il web autorizza lettori e fan a dimenticare l'educazione (ma forse sono persone maleducate anche off line)

Detto ciò, quello che non capisco di Martin è dove voglia andare a parare quando ha di queste uscite. Che sia lento si sa, che abbia creato un'opera monumentale in cui ora si è un pò aggrovigliato, si può presumere. Che sia un tipo dai nervi facili, e che abbia certo fan un pò esagitati, anche questo è abbastanza chiaro.

Ma non è contento di questo? Sarebbe più felice di vedere di non aver regalato emozioni, di vendere tre copie in croce nell'indifferenza più totale? Non posso pensare che il senso di asfissia dato da un centinaio di persone che chiedono da un paio di anni di avere un'informazione un pò più certa, sia così gravemente pernicioso per un genio come Martin.
A meno che detti fan non organizzino picchetti di protesta sotto casa sua, rendendogli impossibile anche andare a fare la spesa. Di norma chi si sente braccato, sa inconsciamente di avere qualche torto...


Comunque, per quanto mi riguarda, ciò che è veramente irritante di Martin è che mi ammazzi sempre i personaggi preferiti o me li mutili in modo irreparabile! Quanto al resto, senza di lui sopravvivo uguale.